Sub italiano attaccato e ucciso da uno squalo
Un’immersione al largo dell’Australia si è trasformata in una tragedia improvvisa, avvenuta in uno dei tratti di mare più frequentati dai grandi predatori e già noto per episodi analoghi
Gli squali continuano a essere percepiti come una delle minacce più temute del mare, nonostante i dati raccontino una storia molto diversa. Ogni anno, a livello globale, gli episodi mortali attribuiti a questi predatori si aggirano intorno alla decina: una cifra minuscola se confrontata con quella legata ad altri animali molto più comuni, come cani o serpenti. Eppure, complice l’immaginario collettivo e la narrazione cinematografica, ogni aggressione finisce per diventare un caso mediatico, alimentando paure spesso scollegate dalla realtà biologica. La verità è che gli squali sono molto più vittime che carnefici: milioni di esemplari vengono uccisi dall’uomo ogni anno e numerose specie sono ormai vicine al collasso. La loro scomparsa avrebbe conseguenze pesantissime sugli ecosistemi marini, dove svolgono un ruolo di regolatori fondamentali. Nonostante questo, ogni episodio drammatico contribuisce a rafforzare uno stigma che rende ancora più difficile proteggerli.
Perché gli incontri rischiosi stanno aumentando
Il cambiamento climatico sta modificando profondamente il comportamento e la distribuzione delle specie marine. Temperature più alte, piogge intense, variazioni nella disponibilità di prede e una presenza umana sempre più massiccia in mare creano condizioni favorevoli a incontri ravvicinati. Non si tratta di animali “più aggressivi”, ma di ecosistemi che cambiano rapidamente.
Australia: uno dei punti caldi degli attacchi
Tra le aree del mondo dove si registrano più incidenti c’è l’Australia, habitat di alcune delle specie più grandi e potenti. Le tre più spesso coinvolte sono:
- Squalo leuca
- Squalo bianco
- Squalo tigre
Secondo i biologi, nella maggior parte dei casi gli squali non attaccano per nutrirsi: l’essere umano non rientra nella loro dieta. Molti episodi sono “morsi esplorativi”, un modo per capire cosa hanno davanti. Ma quando a mordere è un animale di diversi metri e centinaia di chili, anche un singolo morso può essere fatale. Il biologo marino Blake Chapman ha spiegato che denti e gengive degli squali funzionano come veri e propri sensori: attraverso il morso valutano consistenza e natura della preda. Una volta capito che non siamo ciò che cercano, spesso si allontanano. Purtroppo, a volte è già troppo tardi.
Il caso di Steven Mattaboni
Il 16 maggio, nelle acque di Horseshoe Reef, vicino a Rottnest Island, il pescatore subacqueo italo‑australiano Steven “Mattas” Mattaboni, 38 anni, è stato colpito alle gambe da un grande squalo mentre stava risalendo verso l’imbarcazione. Gli amici lo hanno recuperato immediatamente e portato a riva, dove i soccorsi erano già stati allertati. Nonostante i tentativi di salvarlo, le ferite erano troppo gravi. Poco prima dell’attacco era stato avvistato un grande squalo bianco, e le autorità ritengono che sia stato proprio questo il responsabile. La specie, classificata come vulnerabile nella Lista Rossa IUCN, può superare i 6 metri di lunghezza e le 2 tonnellate di peso. È diffusa in molte acque temperate e tropicali, ma è fortemente minacciata dalle attività umane.
Perché proprio lì?
Rottnest Island è circondata da acque profonde, correnti oceaniche e grandi colonie di pinnipedi, prede naturali dei grandi bianchi. Non sorprende quindi che la zona sia considerata un vero e proprio hotspot per questa specie. Lo squalo leuca, invece, predilige ambienti diversi: acque basse, spesso torbide, e persino fiumi ed estuari. È infatti responsabile di molti attacchi in altre regioni australiane, come dimostrato dal caso del dodicenne Nico, ucciso a gennaio.
Un secondo attacco pochi giorni dopo
A distanza di pochi giorni dalla tragedia di Mattaboni, un altro uomo è stato ucciso da uno squalo in Australia. In questo caso non è stata confermata la specie coinvolta, ma l’episodio ha riacceso il dibattito sulla sicurezza in mare e sulla necessità di conciliare tutela degli ecosistemi e prevenzione.
Predatori, non mostri
Gli squali non sono “assassini del mare”, ma animali che seguono istinti millenari nel loro ambiente naturale. Ogni tragedia è un dramma umano enorme, ma non può trasformarsi in una condanna indiscriminata verso specie già in pericolo. Capire il loro comportamento, proteggere gli ecosistemi e adottare misure di sicurezza efficaci è l’unico modo per ridurre i rischi senza alimentare paure irrazionali.
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