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Il conflitto

Uccisa da un raid israeliano la giornalista Amal Khalil – L’ultimo messaggio ai colleghi: «Sto bene»

di Redazione web

	La giornalista uccisa
La giornalista uccisa

La reporter di Al‑Akhbar era nel sud del Libano per documentare i bombardamenti nella regione di Tiro, una delle aree più colpite dall’offensiva israeliana contro Hezbollah

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Il suo ultimo contatto con la redazione è stato un messaggio breve, quasi rassicurante: diceva che stava bene, ma che l’auto davanti a lei era stata colpita. «Sto bene… L'auto che mi precedeva è stata colpita da un attentato», le sue parole. Pochi minuti dopo, anche il veicolo su cui viaggiava è stato centrato da un raid israeliano nel sud del Libano. Così è morta Amal Khalil, inviata del quotidiano libanese Al-Akhbar, impegnata da mesi a raccontare la devastazione nella regione di Tiro.

Un fronte sempre più pericoloso

Khalil si trovava in una delle aree più esposte ai bombardamenti, lungo quel confine che l’esercito israeliano dichiara di voler trasformare in una “cintura di sicurezza” contro Hezbollah. Nonostante i ripetuti appelli dell’Iran a un cessate il fuoco come condizione per i negoziati con gli Stati Uniti, i raid non si sono fermati. La giornalista seguiva da vicino le conseguenze di questi attacchi: a marzo aveva firmato un reportage nei pressi del ponte distrutto di Qasmiyeh, divenuto simbolo della violenza sui civili, in un conflitto che avrebbe già provocato oltre un milione di sfollati e migliaia di vittime.

L’ultimo messaggio e l’attacco fatale

Mercoledì 22 aprile, mentre documentava ancora una volta gli effetti dei bombardamenti, ha visto l’auto che la precedeva saltare in aria. Ha avvisato i colleghi con poche parole, spiegando di essersi fermata dopo l’esplosione. Si è poi riparata in un edificio vicino, dove è stata colpita a sua volta. Il suo corpo è stato ritrovato tra le macerie. Con lei c’era la fotografa Zeinab Faraj, rimasta ferita alla testa ma sopravvissuta, come ha reso noto il ministero della Salute libanese.

Il ricordo dei colleghi e il dolore della famiglia

Al-Akhbar le ha dedicato un lungo articolo, definendola una figura che andava oltre il ruolo di semplice cronista. I colleghi la descrivono come una voce intensa, legata alla terra e alla comunità che raccontava, e parlano di lei come di una “martire” del proprio lavoro. Oggi, nella città di Baysariye, amici e familiari si sono riuniti per i funerali: tra le immagini circolate, quella della sorella Zainab che stringe il giornale con la foto di Amal e il casco da reporter, simbolo di una protezione che in questo conflitto si è rivelata insufficiente.

La versione dell’esercito israeliano

Le Forze di Difesa Israeliane hanno confermato la morte della giornalista, sostenendo di aver colpito militanti di Hezbollah che avrebbero oltrepassato una nuova linea di difesa tracciata nelle ultime settimane. L’esercito ha fatto sapere che gli episodi che coinvolgono operatori dei media sono “sotto esame”. Secondo la versione riportata dai media israeliani, tra cui il Times of Israel, i militari avrebbero preso di mira veicoli ed edifici in cui si sarebbero rifugiati “terroristi” ritenuti responsabili della violazione del cessate il fuoco. Tra le vittime, però, non risultano combattenti, ma una giornalista che stava documentando proprio gli effetti di quei raid.

Un bilancio sempre più pesante per la stampa

La figura di Amal Khalil si inserisce in un bilancio sempre più pesante per la stampa: il Committee to Protect Journalists stima che, dal 7 ottobre, in Libano siano stati uccisi almeno undici giornalisti. Un numero cresciuto con l’allargarsi del conflitto, che vede contrapposti da un lato Stati Uniti e Israele e dall’altro l’Iran e i suoi alleati. La sua storia si aggiunge a quella di molti reporter che continuano a lavorare in aree di guerra, dove raccontare ciò che accade può significare esporsi ogni giorno al rischio estremo.

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