Il Tirreno

Grosseto

«Quella volta che mio padre Luigi andò in fuga con Eddy Merckx»

Gabriele Baldanzi
«Quella volta che mio padre Luigi andò in fuga con Eddy Merckx»

Isacco Scorza racconta la storia e gli aneddoti del grande professionista scomparso nel 2014

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GROSSETO.In Maremma il cognome Scorza si associa da sempre al ciclismo e alle bici da corsa. Isacco, figlio di Luigi (due volte al via del Giro d’Italia) scomparso nel 2014, ha ancora una grande passione per questo sport. «Sarò in prima fila a battere le mani ai corridori, anche se la ditta è chiusa da tempo e io mi occupo di altro».

Parliamo di babbo: chi era Luigi Scorza?

«Babbo fu un promettentissimo dilettante. Vinse il Giro del Casentino nel 1970, gara allora molto importante; poi il trofeo Pistelli nel 1971 e il Gran Premio Enicar, a Parma, nel 1972. In quegli anni fu ingaggiato dalla Sammontana, con cui partecipò alle maggiori gare dilettantistiche. Dopo aver disputato un bel Giro di Sardegna passò professionista con la Furzi, dove rimase per due anni, 1974 e 1975. È in quel periodo che, da gregario, corse al fianco di campioni come Merckx, Gimondi e De Vlaeminck».

Si racconta di una fuga a due con Eddy Merckx. È vera questa storia?

«Certo. Lui si faceva notare così, provando a prendere qualche fuga. Quella col Cannibale l’avrà raccontata mille volte. Mi sembra ancora di averlo davanti, con la sua risatina: “Eddy era stremato, ma io bello pimpante me lo portavo dietro…”. Non ho mai capito fino a che punto scherzasse, ma faceva davvero simpatia quando si immergeva nei ricordi della vita in gruppo».

Con chi è stato in squadra tra i big dell’epoca?

«Tra i suoi compagni, da professionista, due nomi su tutti: Davide Boifava e Giancarlo Polidori».

Come andarono per Scorza i due Giri d’Italia?

«Nel primo fu costretto ad abbandonare in anticipo per dare la sua bici al capitano, che aveva rotto. L’altro lo portò in fondo in modo dignitoso. Corse poi la Milano-Vignola, il Giro del Piemonte, il Giro di Toscana, il Gran Premio Industria e Commercio di Prato, il Trofeo Laigueglia e una Milano-Sanremo».

Nel 1975 appese la bici al chiodo. Perché?

«Il ciclismo è uno sport durissimo e non è che all’epoca ci si arricchisse. Iniziò un percorso come allenatore e direttore sportivo. Gli arrivarono offerte anche da squadre importanti, ma nel frattempo aveva deciso di stabilirsi a Grosseto e proseguire la collaborazione con Furzi. In città fondò la prima scuola di ciclismo e nel 1976, un anno prima della mia nascita, la società sportiva Furzi Cicli Scorza».

A quale ciclista professionista è rimasto più legato?

«Forse a Enrico Grimani, perché proprio babbo ne aveva scoperto il talento. Enrico, dopo aver iniziato con la scuola di ciclismo Scorza, passò poi professionista».

Cosa resta oggi della scorza e di quegli anni?

«Un patrimonio di ricordi belli. In tanti si emozionano anche adesso raccontandomi di quel periodo, di come il mio babbo avesse loro insegnato a pedalare. Luigi Scorza è stato un eccellente allenatore, uno dei principali promotori del ciclismo nelle categorie giovanili e un punto di riferimento per tutti gli appassionati di questo sport». —

Gabriele Baldanzi

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