Quei cartellini “falsificati” La verità di mister Di Resta
A Volterra la squadra fu rimpinguata con due bambini del 2001 L’allenatore era in panchina, la società sapeva. Poi la cacciata dall’Invicta
GROSSETO. Mister Claudio Di Resta ci mette la faccia. Chi lo conosce o l'ha conosciuto, prima da giocatore e poi da allenatore, in campo o fuori, ne ha sempre constatato l'impegno, la passione. Eppure Di Resta dal maggio scorso è entrato, suo malgrado, in un tunnel di accuse, illazioni. Chiacchiere che fanno male, squalificano più del verdetto di un giudice sportivo. È stato perfino redarguito - indirettamente - dal presidente nazionale degli allenatori Renzo Ulivieri, praticamente messo alla porta dall'Invicta Calcio. Di Resta, però, non ci sta e adesso ha accettato di parlare. Di spiegare cosa è accaduto.
Partiamo dall'inizio. Ci racconti l'antefatto.
«Nella stagione 2013/14 ho allenato gli Esordienti 2001 e 2002 dell'Invicta Calcio. Una squadra fortissima, che ha vinto con merito prima il campionato provinciale e poi ha partecipato, alle finali regionali di categoria, a Volterra. Due giorni di incontri, in un contesto praticamente privo di competitività che non a caso si chiama Fair Play. Siamo andati con un gruppo di ragazzi ridotto all’osso; causa indisponibilità varie per le Cresime, due infortuni occorsi durante la prima delle due giornate di gare, la poca propensione dell’allenatore della squadra B dei 2002 a favorire la partecipazione dei suoi atleti in sostituzione degli indisponibili prescelti, ha fatto si che ci presentassimo con undici 2002 e tre 2003».
Lei è stato accusato di aver schierato due 2001 sotto falso nome nelle gare della domenica, a Volterra. E' così?
«Prima di tutto voglio premettere che Claudio Di Resta in quelle giornate, pur essendo presente al seguito della squadra, non poteva andare in panchina e non era neppure in lista. Sedevo in tribuna. La società Invicta era rappresentata da altre persone. Tuttavia, siccome sono sempre stato abituato ad assumermi le responsabilità, non ho problemi ad ammettere che quella domenica, essendo a corto di calciatori, siamo stati chiamati - io compreso - a decidere cosa fare: ritirare la squadra o far giocare i due 2001 (uno dei quali è mio figlio)? Così ho telefonato a uno dei responsabili in società e abbiamo concordato - per onorare la manifestazione - di non ritirare la squadra (per mancanza di giocatori) ma partecipare alle ultime partite con gli elementi che disponevamo e l'innesto di altri due 2001, al seguito in qualità di tifosi e chiaramente senza tesserino di riconoscimento. In questa decisione, lo ripeto, ha pesato il fatto che il clima era amichevole e addirittura la chiama e le liste venivano compiute alla bòna. Inoltre mi preme ricordare - e dalle distinte di gara la cosa è facilmente dimostrabile - che se la nostra condotta fosse stata fraudolenta, avremmo dovuto impiegare quei 2001 anche nella prima giornata, ma non è stato così».
Si trattava di un torneo, vero?
«Esatto. La Federazione peraltro ha sempre voluto che i risultati del campo fossero messi in secondo piano, per certi versi giustamente, caldeggiando la tesi che tutte le compagini partecipanti risultassero alla fine parimenti vincitrici. Questo è stato lo spirito con cui abbiamo partecipato. Giocoforza, tra i dirigenti e gli atleti stessi delle sedici squadre invitate alla festa di Volterra, c'era la curiosità e la fisiologica volontà di conoscere l'esito finale delle gare. Da qui la corsa agli scambi reciproci di risultati delle partite disputate, risultati che - riepilogati - hanno visto proprio noi, ottenere il maggior punteggio assoluto. Forse anche per questo sono nati i problemi, per un po' di invidia…».
È vero che è stato il genitore di un bambino che lei ha allenato a denunciare il fatto?
«Non voglio alimentare polemiche sul piano personale. Quando si allenano dei ragazzi può capitare che un genitore dissenta… Comunque non si trattava di un genitore della mia squadra, ma di un genitore che ha trasferito il figlio in un’altra società grossetana e che ha pubblicato su Facebook un video amatoriale girato a Volterra, senza il consenso liberatorio delle famiglie dei bambini. Da qui è nato tutto. La cosa che più mi dispiace è che in questa vicenda tutti - a partire da alcuni media - hanno pontificato senza conoscere i fatti».
Le famiglie - ci dicono - hanno preso le sue difese.
«Sì. E mi fa piacere. Perché questo dimostra che alla fine non sono un mister così diseducativo e antisportivo. Peraltro il forte legame di fiducia creato con i ragazzi e i rispettivi genitori è confermato dal fatto che tutto il gruppo misto Esordienti 2001 e 2002 seguirà senza esitazioni il sottoscritto e Alex Velykykh in una nuova avventura. Altrove».
Quindi lei non fa più parte dell'organico tecnico dell'Invicta? Dove allenerà?
«L'Invicta ha fatto le proprie insindacabili scelte, e rispetto e manterrò comunque un ottimo rapporto con loro. Fortunatamente le società che credono nella mia persona non mancano, sceglierò sempre la soluzione migliore per i ragazzi e le loro famiglie».
Cosa le ha insegnato questa esperienza?
«Ho fatto molte riflessioni e anche un po’ di autocritica. Durante un percorso educativo e sportivo si vivono fasi positive e negative, si hanno intuizioni vincenti e si compiono errori. In questo passaggio così brutto, nel linciaggio a cui mi hanno sottoposto (pieno di sentenze e cattiverie gratuite), ho avuto le conferme che cercavo. Mi piace però ribadire che Di Resta ha sempre ottenuto risultati, ma soprattutto l'apprezzamento dei ragazzi e delle famiglie. È successo nei tre anni alla Nuova Grosseto, poi al Grosseto e all'Invicta».
Ultima domanda. Perché questo sfogo, oggi, a oltre due mesi di distanza?
«Lo dovevo a me stesso, ad Alex, ai ragazzi, ai quali ho sempre detto di raccontare a testa alta la verità. Ho letto e sentito solo critiche verso di noi. I media che si sono occupati del caso, poi il web, i social network, tutti hanno preferito commentare a senso unico, senza neppure interpellarmi. Ora si conoscerà anche la mia versione».
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