Il Tirreno

Grosseto

Soldi e potere

Per candidarsi alla Camera spese fino a 80mila euro: l’effetto della legge elettorale sul collegio (anche) maremmano

di Massimiliano Frascino

	Un'urna elettorale (foto d'archivio)
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Un'urna elettorale (foto d'archivio)

Il candidato di Grosseto dovrà prendere voti anche a Livorno Arezzo, Siena e nel Fiorentino

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GROSSETO. Se la Corte costituzionale non ci metterà una pezza, la corsa per essere eletti con le preferenze nel collegio plurinominale della Camera dei deputati costerà una tombola ai candidati. La nuova legge elettorale, infatti, ha creato in Toscana un collegio monster, il P02, composto dalle province di Grosseto, Livorno, Siena e Arezzo, e dai comuni fiorentini di Figline e Incisa Valdarno-Reggello. Che copre una superficie di 12.900 chilometri quadrati, ed ha una popolazione di un milione e 180.000 abitanti. Collegio nel quale, secondo i due scenari valutati dal centro studi elettorali dell’Università Luiss di Roma – nel primo scatterebbe il premio di maggioranza, nel secondo no – solo Partito democratico e Fratelli d’Italia eleggerebbero uno o due deputati con le preferenze, al netto dei due capilista che passerebbero di diritto. Tutti gli altri partiti eleggerebbero solo il capolista.

Tutto questo per dire che all’interno dei due più grandi partiti delle rispettive coalizioni che si confronteranno alle prossime politiche, scatterà una competizione furibonda per accaparrarsi le preferenze, basata prevalentemente sulla capacità di spesa dei candidati. Perché farsi conoscere su un territorio tanto vasto, dipenderà in gran parte da quanto ciascun candidato potrà spendere. Anche tenuto conto del fatto che le casse dei partiti, una volta eliminato il finanziamento pubblico e ridottasi la base degli iscritti, non saranno certo in grado di contribuire granché. Detta in altri termini, potranno concorrere alla corsa per l’elezione solo candidati molto ricchi, oppure molto “sponsorizzati”. Di fatto un’introduzione surrettizia del modello americano attraverso la modifica della legge elettorale. Infine, va considerato che peseranno le organizzazioni partitiche sui territori come collettore di preferenze. Per cui in un territorio nel quale un partito è particolarmente radicato e ben organizzato, ha più possibilità di eleggere il parlamentare rispetto ad uno dove questo non avviene.

Prendiamo ad esempio il Partito democratico: rispetto al quale la provincia di Grosseto è meno forte in termini di radicamento rispetto a quelle di Livorno, Siena e Arezzo. Ma quanto potrà costare stampare manifesti, dépliant, volantini e promuovere campagne di comunicazione in televisione, alla radio e sui social media? Oltre ai costi del carburante per spostarsi in macchina, dando per scontato che a guidarla ci sia un volontario e non il candidato? «Ragionamento a spanne – spiega Marco Gasparri, titolare dell’agenzia di comunicazione Kalimero, che ha seguito più campagne elettorali – prendendo a riferimento una campagna da 40 mila euro, l’impegno economico può sostanzialmente raddoppiare, arrivando nell’ordine degli 80 mila euro. È un’ipotesi di budget, non una cifra valida per ogni candidatura, ma rende l’idea della barriera economica che può trovarsi davanti chi vuole mettersi in gioco». Basta considerare le attività necessarie: ideazione grafica, manifesti e affissioni, dépliant, “santini”, stampe, distribuzione dei materiali, organizzazione del porta a porta, produzione di fotografie e video, gestione dei social, inserzioni sulle testate locali, ufficio stampa e coordinamento dei collaboratori. Attività che devono raggiungere più comuni, parlare a comunità diverse e garantire continuità per tutta la campagna.

«A complicare il quadro – aggiunge Gasparri – c’è un cambiamento importante: dal 6 ottobre 2025 Meta non consente più nell’Unione europea la diffusione di pubblicità politica ed elettorale sulle proprie piattaforme, fra cui Facebook e Instagram. Una decisione distinta dalla riforma elettorale, ma che incide sugli strumenti a disposizione dei candidati. Viene, così, meno un canale che permetteva di raggiungere territori ampi anche con investimenti iniziali contenuti, graduando la spesa e misurando la diffusione dei messaggi. Non comprava il consenso, naturalmente, ma offriva anche a chi aveva risorse limitate la possibilità di farsi conoscere oltre la propria cerchia». I social, tuttavia, restano utilizzabili per la comunicazione organica, ma pubblicare non significa automaticamente raggiungere gli elettori. «Chi parte con pochi seguaci e una notorietà locale deve investire tempo e lavoro per costruire un pubblico, senza poter contare sulle sponsorizzazioni per ampliare la diffusione». Un ufficio stampa deve seguire più testate e redazioni; chi gestisce i social deve produrre contenuti legati ai diversi territori; la pianificazione pubblicitaria deve individuare altri mezzi e valutarne costi e copertura. È su questo insieme di attività che possiamo ipotizzare un impegno nell’ordine degli 80 mila euro.
 

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