Il Grifone d’oro va al ct Luca Banchi: «Non si spegne mai la passione»
Il riconoscimento all’allenatore che oggi guida la nazionale di basket
GROSSETO. «Questo premio è il riconoscimento di una città che, a dispetto del fatto che la mia carriera si sia dipanata altrove e in altre nazioni, ha continuato a seguirmi e a sostenermi». Luca Banchi lancia un messaggio d’amore alla sua Grosseto dopo aver ricevuto dal presidente della Pro Loco Andrea Bramerini il Grifone d’Oro, nel corso di una notte di San Lorenzo magica.
L’allenatore di pallacanestro più famoso della Maremma, che ha in bacheca una serie di scudetti, una Coppa Intercontinentale e altri trofei in Italia, è una stella, che continua a splendere nel firmamento mondiale. La commissione, composta dai consiglieri della Pro Loco, ma anche dal sindaco di Grosseto e dal presidente della Provincia, hanno scelto Banchi per il titolo di miglior allenatore del Mondiale 2023, che nel frattempo è diventato il Ct dell’Italia. Bramerini, affiancato da Antonfrancesco Vivarelli Colonna, Francesco Limatola e dal vescovo Bernardino Giordano, hanno reso omaggio a un personaggio unico. «Grosseto, è stato sempre il mio punto di riferimento – aggiunge Banchi – Qua ho deciso di far nascere e crescere i miei figli e Alessandro ha raccolto la mia stessa passione, scegliendo di tornare per giocare con la Gea. Questa è stata e sempre sarà casa. Per tanti anni sono stato lontano, ma per tutti resto un allenatore grossetano e anche se è una città che non ha particolari tradizioni in campo cestistico è un motivo di orgoglio in più».
A chi dedica questo Grifone?
«Alla famiglia, perché uno dei valori è legato al territorio, al senso di appartenenza. Alla mia famiglia riconosco il merito di avermi dato le ali per volare ma anche le radici per tornare. E giusto anche che loro si godano questo momento e lo condividano con me».
Come nacque l’idea di allenare?
«In realtà fu un’intuizione del professor Luciano Righeschi, all’epoca mio insegnante a scuola e mio allenatore di pallacanestro: pensava che avessi le caratteristiche soprattutto caratteriali per fare questo, senza che nemmeno lui immaginasse che un giorno sarebbe diventato il mio lavoro; intuiva che avessi quei connotati, in termini di passione, di entusiasmo che potessero servire a dare impulso al movimento giovanile, dove lui, Luciano Monaci, Carlo Pantalei, Carlo Catena, erano un po’gli emblemi del basket cittadino, che poi sono anche quelli che hanno innescato la scintilla della passione nelle nostre generazioni e quello resta comunque per me un motivo di ispirazione. La visione fu quella di Righeschi e da lì è nato tutto per caso, come abbastanza casuale fu il fatto che, a distanza di pochi anni, prima una società fiorentina e poi un settore giovanile importante come quello del Don Bosco, mi dettero l’opportunità di trasformare una passione in una professione».
Qual è l’esperienza che ha formato proprio il suo carattere di leader e allenatore?
«Ho avuto la fortuna di lavorare per tanti anni in alcuni club e questo è un privilegio per pochi nell’era moderna, perché nessun allenatore ha il potere di imporre la propria impronta e il proprio stile, non riuscendo a lavorare per più anni andando oltre a quella cultura bieca del risultato, perché nessuno è immune da sconfitte e anzi è proprio attraverso la cultura della sconfitta che si riesce a forgiare il carattere degli atleti e dei tecnici. Sono tra quei pochi privilegiati che ha avuto la fortuna di lavorare per ben 13 anni nello stesso club a Livorno (prima dieci e poi tre), in cui ho capito di poter diventare un allenatore e poi per sette anni alla Mens Sana Siena, coincisi con sette scudetti consecutivi, 5 Coppa Italia, 5 Supercoppa mi hanno dato la consacrazione definitiva e anche una spendibilità e una credibilità a livello internazionale. La mia speranza è di fare altrettanto con la nazionale italiana, dopo che i miei quattro anni con la Lettonia hanno scritto una storia indimenticabile per quel paese».
Da ieri Banchi è in ritiro a Folgaria con la nazionale per preparare due incontri fondamentali per la qualificazione al Mondiale, con Bosnia e Serbia.
«Ho capito di poter diventare il Ct azzurro solo il giorno della nomina – racconta – era successo anche in passato che il mio nome fosse stato abbinato a quello della nazionale, stavolta tutto ha coinciso: la fine del mio mandato con la Lettonia e di quello di Gianmarco Pozzecco, il fatto che avessi deciso in estate di aspettare a prendere un incarico di club, ma che difficilmente avrei sostenuto ancora il peso del doppio incarico club-nazionale. È così arrivata una chiamata a cui, come dice il presidente Petrucci, non si può dire di no».
I tredici anni di Livorno sono stati determinanti per farlo diventare un coach, quelli di Siena lo hanno spedito nel Gotha: se ripensa al suo percorso, dai primi allenamenti alla nazionale, cosa è rimasto intatto?
«La passione inalterata, alimentata dalle persone che mi stanno a fianco. Ho il privilegio di lavorare con atleti di altissimo livello, però non si spegne mai il fuoco della passione e quindi continuo a essere quel ragazzino che a 7-8 anni ha varcato per la prima volta la palestra di Grosseto, ha provato questo sport spinto anche dalla famiglia, perché i miei due fratelli più grandi, Claudio e Cinzia, già giocavano. C’era curiosità ma la scintilla è stata immediata e devo riconoscere il merito soprattutto ai primi allenatori e ai miei primi compagni di squadra, che sono stati determinanti per alimentare questo fuoco».
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