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Capalbio, Coopam in liquidazione: crisi dell'acquacoltura – La chiusura dopo 30 anni d’attività

di Massimiliano Frascino

	L’azienda e il pesce pronto per essere immesso in commercio
L’azienda e il pesce pronto per essere immesso in commercio

A pesare, i costi più alti e il batterio che ha decimato la produzione. Sindacato in allarme: «Si tratta di un grave campanello d’allarme per l’intera filiera maremmana»

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CAPALBIO. Spigole e orate commercializzate dagli acquacoltori di Ansedonia con il celebre marchio “pesce di Orbetello” rischiano di andare fuori mercato.

Lo testimonia la parabola discendente della società cooperativa Coopam, con sede in località Torba di Capalbio, che recentemente è stata messa in liquidazione. Realtà che dopo trent’anni di onorato servizio nella commercializzazione di spigole, orate e ombrine prodotte negli allevamenti ittici presenti nell’area ai piedi del colle di Ansedonia, sta mestamente per chiudere i battenti. Complici la crisi innescata prima dall’impennata dei costi conseguenti alla guerra in Ucraina, e poi la diffusione endemica in tutto il bacino del Mediterraneo del batterio “lactococcus garvieae”, che sta facendo strage di spigole e orate sia negli allevamenti a terra che a mare.

Fino a quattro anni fa, infatti, l’impianto lavorava e confezionava fino a 45/50 quintali di pesce al giorno, con la cooperativa che impiegava 13 addetti diretti e fatturava 13-14 milioni di euro all’anno.

Coopam, i cui soci fondatori erano gli impianti di acquacoltura Il Vigneto e Cosa, oltre che di lavorazione, confezionamento e commercializzazione in esclusiva del prodotto ittico, si occupava anche del controllo di qualità per i tre storici impianti orbetellani conferitori del pescato: Ittima, Il Vigneto e Cosa. Dei quali oggi è rimasto in attività solo l’ultimo, con una produzione di spigole e orate ridotta a circa la metà del suo potenziale.

La liquidazione di Coopam, da questo punto di vista, è un sintomo preoccupante e un grave campanello d’allarme per l’intera filiera dell’acquacoltura maremmana. «Quando i dipendenti hanno ricevuto la lettera con il preavviso di licenziamento – spiega la segretaria della Fai Cisl Antonella Biondi, che segue la vertenza – ci siamo attivati per aprire un tavolo di crisi in Regione, che ha subito dato la propria disponibilità. Sul presupposto, però, che la società trovasse nuovi investitori. Cosa che poche settimane fa ci è stato detto non era possibile. Per cui, con grande rammarico, anche considerata la scarsità di occasioni di lavoro nella zona, a questo punto non ci rimane che lavorare per far avere la Naspi ai lavoratori».

I primi segnali di crisi sono arrivati nel 2022 con la guerra in Ucraina, che ha portato all’aumento esponenziale dei costi energetici per macchine del ghiaccio e celle frigorifere. Ma anche dei materiali di consumo come cassette in polistirolo, “flessibili” e pancali di plastica nei quali venivano confezionati i pesci destinati alla Gdo e ai mercati del pesce italiani ed esteri, fino a Singapore.

Il colpo di grazia, però, lo ha dato il batterio “lactococcus garvieae”, patogeno proveniente dai mari del sudest asiatico che ha colonizzato l’intero Mediterraneo in conseguenza dell’innalzamento della temperatura media delle acque. Il batterio, in grado di uccidere fino al 40% delle spigole e delle orate, si diffonde quando la temperatura dell’acqua supera i 18 gradi centigradi. Negli allevamenti a terra dell’orbetellano alimentati da vene sotterranee d’acqua salina che hanno una temperatura a 22-23°, la sua diffusione è stata particolarmente veloce e costante anche durante il periodo invernale, quando invece le acque del mare si raffreddano rallentandone la proliferazione. A poco è valso l’acquisto di avannotti di spigole e orate vaccinati, perché la mortalità è rimasta troppo alta. Cosa che, all’inizio dello scorso anno, ha costretto a chiudere i battenti alla società Il Vigneto, che gestiva uno dei due impianti soci di Coopam. «Venuto meno uno dei due soci fondatori della cooperativa, e avendo questa accumulato per due anni perdite di fatturato, è stato decisa la sua liquidazione – conclude Biondi – Una strada per salvare l’attività sarebbe stata quella di chiedere lo stato di crisi e cambiare ragione sociale – passando da società agricola a semplice srl – per acquisire nuove commesse da altri fornitori di pesce. Sfruttando la rete nazionale di relazioni con la grande distribuzione organizzata, per continuare a svolgere un ruolo di intermediario commerciale».
 

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