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Tribunale

Grosseto, perseguita l’ex amante con la moglie poi si accanisce su una cliente di lui

di Pierluigi Sposato

	L’aula gip-gup del Tribunale di Grosseto
L’aula gip-gup del Tribunale di Grosseto

Una trentenne patteggia per il reato di stalking, mesi di inferno per una famiglia. Pena di due anni sospesa soltanto se frequenterà il corso antimaltrattamenti

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GROSSETO. Dapprima aveva perseguitato lui, l’uomo sposato con il quale aveva una relazione clandestina, minacciandolo anche di denunciarlo per violenza sessuale; poi aveva messo nel mirino anche la moglie dell’uomo, al punto che la donna aveva deciso di staccare il telefono fisso, e i figli minorenni; infine aveva intimato a una cliente di lui – accusata da lei avere una relazione sentimentale con il professionista – di sparire dalla circolazione.

Due mesi d’inferno che avevano avuto come teatro varie località della provincia; due mesi di inferno cui nemmeno l’ammonimento del questore aveva potuto mettere fine, fatti di minacce, telefonate, messaggi, mail, pedinamenti. Un complesso di atteggiamenti identificati come stalking dalla Procura per i quali una trentenne ha scelto di patteggiare la pena, senza discutere nel merito. Due anni, con la pena che sarà sospesa solamente se la donna avrà frequentato con successo il percorso di recupero del Sam, lo spazio antimaltrattamenti, per almeno dodici mesi. Così ha deciso il giudice Marco Mezzaluna, che ha ritenuto congruo l’accordo raggiunto tra la Procura e i difensori della donna, gli avvocati Carlo Valle e Angela Porcelli.

Tutto era iniziato, secondo l’accusa, quando il professionista aveva deciso di interrompere la relazione sentimentale. Lei lo avrebbe bersagliato di messaggi e telefonate, avrebbe preteso di conoscere i suoi spostamenti tra casa e lavoro, lo avrebbe pedinato anche mentre lui era in auto con la famiglia. Avrebbe minacciato di raccontare alla moglie della loro storia, avrebbe anche aggiunto la rivelazione di presunte ulteriori relazioni extraconiugali dell’uomo, tra le quali quelle con una collaboratrice e con una cliente di lui, e avrebbe dato seguito a queste minacce quando aveva saputo che il professionista aveva presentato una richiesta di ammonimento; avrebbe anche minacciato di denunciarlo (sarebbe stata una calunnia) per la violenza sessuale di cui lei sarebbe rimasta vittima in occasione del loro primo incontro. Così gli avrebbe sbarrato la strada quando lui era in auto, allontanandosi prima dell’arrivo dei carabinieri; lo avrebbe raggiunto davanti alla Questura, accusandolo di avere una storia con un’altra donna; avrebbe inviato una mail alla moglie («Tuo marito ha altre donne, svegliati!»); ne avrebbe indirizzata un’altra alla figlia della coppia («Tuo padre ha una relazione con una sua amica»); si sarebbe rivolto sempre per mail al professionista e alla moglie allegando screenshot di conversazioni whatsapp dal contenuto esplicito. E alla cliente avrebbe inviato un video dal contenuto inequivocabile a sfondo sessuale il cui protagonista era il professionista stesso.

L’uomo sarebbe stato costretto a modificare le proprie abitudini e anche a interrompere le relazioni professionali e di amicizia, pur di non incontrare più la giovane donna, che con il suo comportamento avrebbe destabilizzato la vita di tutta la famiglia come anche quella della cliente. A proposito di quest’ultima, il video a sfondo sessuale a lei inviato avrebbe costituito un episodio di revenge porn. La cliente sarebbe poi rimasta vittima di chiamate e messaggi ingiuriosi, intimidatori e diffamatori: la trentenne, che l’accusava di avere una relazione con l’uomo, le avrebbe intimato di non recarsi allo studio di lui e di smettere di vestirsi in modo provocante; avrebbe anche minacciato di rendere nota la relazione tra loro due e di renderla nota al marito della cliente, spiegando tra l’altro che ci sarebbe stata contemporaneità dei rapporti clandestini, cioè quello con la cliente e quello con l’imputata stessa. La cliente era stata costretta a interrompere la frequentazione con il professionista, a togliere il proprio nome dal citofono di casa e a usare precauzioni quando usciva, così da evitare di incontrare la trentenne.

La moglie del professionista, invece, avrebbe avuto problemi non solo nel riposo notturno ma anche sul lavoro, perché avrebbe dovuto passare ai colleghi le pratiche a lei destinate, non riuscendo a occuparsene con la tranquillità necessaria. Temeva poi per le conseguenze sull’incolumità dei figli. La famiglia e la cliente si sono costituite parte civile con due avvocati del foro di Firenze. Il giudice ha riconosciuto la liquidazione delle spese sostenute nel giudizio per 1.430 euro (alla coppia e alla cliente) e per 2.145 euro (ai figli).

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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