L’editoriale
Neonato morì sulla nave da crociera in Toscana: chiesto il processo per la mamma
Il piccolo era venuto alla luce il 17 maggio 2024 mentre la nave si trovava al largo di Porto Santo Stefano. Secondo l’autopsia è stata una morte naturale. La donna è accusata di abbandono di minore insieme a due colleghe
PORTO SANTO STEFANO. L’autopsia aveva fatto chiarezza dopo pochissimo tempo, le anticipazioni erano state chieste appositamente ed erano giunte in modo tempestivo sul tavolo della Procura: quella del piccolo Tyler - venuto alla luce due giorni prima su una nave da crociera al largo dell’Argentario nel maggio 2024 - era stata una morte naturale. Così erano state rimesse in libertà sia la madre, sia le due colleghe, che dividevano con lei la cabina. E l’ipotesi iniziale di omicidio volontario era diventata abbandono di minore. Ed è con questa ultima ipotesi che le tre donne dovranno comparire il 29 gennaio prossimo all’udienza preliminare davanti al giudice Marco Mezzaluna.
Verosimilmente non compariranno di persona, visto che si tratta di persone di nazionalità straniera e abitano in Paesi molto lontani, e la loro presenza potrebbe essere delegata ai difensori con la procura speciale per eventuali riti alternativi. Ma l’udienza si terrà comunque e sarà in quella sede che sarà deciso se si procederà a un dibattimento. Il processo è stato chiesto dal sostituto procuratore Giovanni De Marco per Pia Salahid Chan Jheansel, cittadina filippina 30enne, all’epoca sottoposta a fermo (non convalidato) dopo il ritrovamento del corpicino del figlio, Tyler, nato nella cabina della nave da crociera Silver Whisper, poi ancorata all’Argentario; per le colleghe con lei imbarcate Njuguini Mutundu Dorcas, keniota, anche lei 30 anni, e Mabel Jasmin Mphela Kgothadsoe, sudafricana, 27enne, anche loro indagate per l’ipotesi iniziale di omicidio volontario, per il concorso che avrebbero dato nella vicenda (anche per loro il fermo non venne convalidato).
Per l’abbandono di minore non c’è l’aggravante della morte come evento non voluto, proprio perché la consulenza affidata al professor Mario Gabbrielli e al dottor Paolo Toti (successivamente, per altra materia, era stato incaricato anche il professor Silvio Chericoni) aveva stabilito che la morte era dovuta a cause naturali non riconducibili nemmeno a comportamenti omissivi. Un’aggravante è comunque contestata ed è quella per la madre, appunto per il rapporto con il piccolo, per il quale era subito stato dato il nulla osta e che è stato sepolto però molto più tardi a Porto Santo Stefano, nell’estate scorsa.
Il parto sarebbe avvenuto in cabina il 17 maggio e per tre giorni, fino al 19 (la data del decesso), il piccolo sarebbe stato tenuto lì dentro, senza le necessarie cure. La madre lo aveva nascosto perché aveva detto di temere di essere licenziata. Posizione di garanzia, cioè della responsabilità, della mamma, eventuali responsabilità delle colleghe, turni, orari, parto, compresenze nella cabina (che misura tre metri per tre) , armadietto che aveva stato la culla per tre giorni, assistenza sanitaria, cure comunque prestate al piccolo dalla stessa mamma, pause frequenti per nutrirlo. A tutto ciò aveva fatto riferimento il gip. Interrogata all’epoca, la mamma - assistita dall’avvocato Giovanni Di Meglio - aveva scagionato le colleghe, difese dall’avvocato Luca Fabbrucci.
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