Il Tirreno

Grosseto

Il caso

Neonato morto sulla nave da crociera, la madre: «Non volevo che sapessero di Tyler, temevo di essere licenziata»

di Matteo Scardigli
Neonato morto sulla nave da crociera, la madre: «Non volevo che sapessero di Tyler, temevo di essere licenziata»

Grosseto, parla la donna accusata dell’omicidio volontario aggravato del figlio. La ricostruzione in aula scagiona le due colleghe «ignare di tutto»

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GROSSETO. Pia Salahid Chan Jheansel è un fiume in piena. Dalla casa circondariale di Sollicciano il cellulare della polizia penitenziaria arriva al Tribunale intorno alle 15. A bordo ci sono lei e le due colleghe e compagne di stanza: Njuguini Mutundu Dorcas e Mabel Jasmin Mphela Kgothadsoe. Tutte e tre accusate di omicidio volontario in concorso del figlio di lei, morto appena due giorni dopo il parto, trovato in un armadietto della cabina della nave da crociera Silver Whisper, avvolto in un asciugamano.

Tyler aveva deciso di chiamarlo la lavapiatti filippina che grazie allo stipendio della compagnia di navigazione era in grado di sostenere madre, padre, sorella e due nipoti nel Paese di origine.

Rispondendo alle domande del giudice Sergio Compagnucci, chiamato a valutare le richieste avanzate dal pubblico ministero Giovanni De Marco per la convalida del fermo e la misura della custodia cautelare in carcere, la donna ammette di aver nascosto la gravidanza e di aver gettato la placenta nell’inceneritore della nave per timore di perdere il lavoro e (forse per lo stesso motivo) difende a spada tratta le colleghe, e spiega di non essersi resa conto di quanto mancava al parto a causa di problemi ricorrenti con il ciclo mestruale: contava di avere il suo bambino al termine del viaggio, ma lui è arrivato nella mattina di venerdì 17 quando la nave era alla fonda a Salerno; e lei era da sola.

Le colleghe, invece, avrebbero riferito ai rispettivi avvocati – Luca e Mario Fabbrucci – di non essersi neanche accorte della presenza del bimbo fino alla macabra scoperta; che hanno denunciato loro stesse. Un’ipotesi non così incredibile considerando le poche ore trascorse dalla nascita (poco più di 24), che la cuccetta era divisa da una tendina e che le tre donne coprivano turni sfalsati con orari molto diversi.

L’ispezione cadaverica eseguita dal professor Mario Gabbrielli aveva già escluso segni di violenza sul corpicino, descritto come – relativamente – in buona salute. Il cordone ombelicale ben tagliato, l’asciugamano in cui era avvolto e i pannolini usati trovati nella cabina potrebbero inoltre dimostrare che la donna accudiva e nutriva il piccolo; o, se non altro, che non lo aveva abbandonato.

E lei conferma: l’armadietto, tenuto sempre semiaperto per favorire il ricircolo dell’aria, era una culla di fortuna per il figlio che lei andava a controllare anche durante le pause dal turno di lavoro (agli orari di pranzo e cena), mentre di notte teneva con sé nella cuccetta.

La questione, dunque, è dello spessore della proverbiale lana caprina. «Allo stato delle conoscenze attuali possiamo immaginare che ci siano state responsabilità dolose e non colpose. Non c'è stata volontarietà», premette Di Meglio al suo ingresso a palazzo di giustizia.

Alla luce delle dichiarazioni l’ipotesi della volontarietà vacilla in favore del dolo eventuale da un lato, e dall’altro la colpa cosciente.

Pia Salahid Chan Jheansel potrebbe infatti aver agito prevedendo e accettando che le conseguenze della sua condotta avrebbero potuto avere come esito la morte del figlio, oppure potrebbe aver previsto l’esito ma senza per questo accettarlo. Un rebus, per risolvere il quale Compagnucci sceglie di avvalersi del tempo che gli è concesso dalla legge che è chiamato ad applicare.

La differenza sta in una pena fino a 5 anni di reclusione per il colposo (la prassi, a quel punto, vuole il patteggiamento), oppure nell’ergastolo con il volontario (aggravato dal rapporto di genitorialità con la vittima).

Gli accertamenti sui badge che le tre donne utilizzavano per accedere alla stanza e i filmati delle telecamere installate lungo il corridoio del ponte che ospita gli alloggi dell’equipaggio potranno fornire ulteriori elementi per ricostruire le ore precedenti al decesso e quelle successive, così come le analisi da compiere sui telefoni cellulari presi in consegna in occasione del fermo.

Domani, invece, è il giorno in cui è previsto che venga assegnato l’incarico per l’autopsia su Tyler. A eseguire l’esame sarà, con ogni probabilità, ancora una volta Gabbrielli con la sua squadra. «Più che accertare quello che è successo, quasi certamente potrà escludere ciò che non è successo», chiosa Di Meglio.

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