Sisma
Bracconieri nei fiumi della Maremma: «Pescano con calce, cloro e varichina»
di pesca
Vengono per lo più dall’est Europa o dall’Asia: battono i corsi d’acqua in squadre organizzate
GROSSETO. Nell’era dell’intelligenza artificiale, in Maremma c’è ancora chi si dedica all’antica pratica del bracconaggio, nella sua declinazione ittica. I 6.000 chilometri di corsi d’acqua della provincia di Grosseto, infatti, sono una calamita per i bracconieri di origine straniera, prevalentemente dell’est Europa o dell’Asia, che si dedicano al prelievo illegale dei pesci di fiume per soddisfare la domanda di un mercato fiorente fra i loro connazionali.
«Nell’est Europa e in Asia – spiega Giampaolo Ricci, presidente della Fipsas (Federazione italiana pesca sportiva e attività subacquee) – il pesce di fiume è considerato una prelibatezza ed è molto richiesto per i consumi alimentari. I rumeni, ad esempio, per tradizione a Natale e Pasqua devono avere in tavola la “carpa porchettata”, considerata una prelibatezza, mentre i cinesi sono abituati a consumare ogni tipo di pesce di fiume nei banchetti che sparano cibo di strada (street food, ndc). Negli anni passati, nella grande area del macrolotto di Prato, ci sono stati diversi sequestri di pesce pescato e commercializzato illegalmente nei baracchini che si trovavano fra i capannoni».
Reti, bilancini, filaccioni e palamiti, ma purtroppo anche metodi di cattura di gran lunga meno ortodossi che fanno affidamento sulla “chimica”, col ricorso a cloro, varichina, calce e Rogor. Tutto fa parte dell’armamentario dei pescatori di frodo che bazzicano i corsi d’acqua della Maremma. Con l’effetto tutt’altro che secondario di depauperare in maniera pesante la fauna ittica di fossi, torrenti e fiumi, ma anche di bacini idrici e dei laghetti. Perché chi pratica il bracconaggio ittico non ha alcuna remora.
«Il mercato clandestino dei pesci di fiume – aggiunge Ricci – è piuttosto vasto, e talvolta il prodotto pescato illegalmente raggiunge anche zone oltreconfine. Una quindicina di anni fa, ad esempio, al valico del Brennero furono sequestrati diversi quintali di pesce provenienti dalle nostre zone. Questo fa sì che si siano sviluppate delle vere e proprie “professionalità”, con squadre bene organizzate, dedite alla pesca di frodo nei nostri corsi d’acqua. Quando le cose gli vanno bene, riescono a mettere insieme anche due o tremila euro di pescato. Con investimenti irrisori e rischi prossimi allo zero. I pesci, infatti, se catturati illegalmente non godono degli stessi privilegi della fauna selvatica: la cattura di un fagiano comporta una sanzione penale, quella di una carpa, se pescata fuori dalle aree protette, una semplice sanzione amministrativa».
Ma quali sono le specie che vengono consumate? Le carpe sono senza dubbio le più ricercate, ma i pescatori di frodo non vanno per il sottile: anguille, cavedani, alborelle, trote, persici sole, lacce, spigole e muggini. Basta sia pesce d’acqua dolce. I corsi d’acqua più gettonati: la Steccaia sull’Ombrone, la foce dell’Albegna, il Farma, i torrenti che confluiscono nella Diaccia Botrona, i canali di bonifica.
«Purtroppo – aggiunge il presidente di Fipsas – questo tipo di attività illegale è molto diffusa, e sta avendo effetti devastanti dal punto di vista ambientale sulla fauna ittica che popola i nostri corsi d’acqua. Ad essere particolarmente pericoloso è l’utilizzo di cloro e varichina, un’abitudine incivile che se praticata in un fiume come il Danubio, largo fino a 6 chilometri, diciamo che fa poco danno. Ma che, viceversa, ne fa moltissimo in corsi d’acqua con poca portata d’acqua come sono i nostri. Una volta sono stati sversati 200 litri di varichina nel Farma, eliminando ogni forma di vita per otto chilometri. Oltretutto i bracconieri ittici pescano anche in corsi d’acqua che hanno problemi di salubrità, come nel caso del “Fossino”. Noi della Fipsas ci siamo imbattuti più volte nei pescatori di frodo, ricevendo minacce anche con i coltelli. Lo scorso anno li abbiamo trovati che tiravano su gli avannotti di trota dalle pozze del Fiora. Ma le missioni di vigilanza ittica lungo fiumi e torrenti sono svolte solo da sette volontari dell’associazione, che non possono uscire di notte. Poi ci sono le 16 guardie della polizia provinciale, alle quali andrebbe fatto un monumento, ma possono dedicare solo il 10 per cento della loro attività a questo tipo di vigilanza».
Fipsas fa quel che può, insieme a Libera Pesca. Fanno la vigilanza su qualche decina di chilometri di sponde nei punti più sensibili. Si occupano in convenzione con Regione e Provincia del lancio degli avannotti per il ripopolamento dei corpi idrici, utilizzando quelli provenienti dagli incubatori di Arcidosso e Santa Fiora.
«Io – conclude Ricci – penso che non ci sia peggior cieco di chi non vuol vedere. Per questo lancio un appello a Provincia, Regione e Parco della Maremma perché non sottovalutino l’impatto della pesca di frodo sul nostro patrimonio idrico. Fiumi e torrenti sono un bene prezioso, e bisogna investire per tutelare la biodiversità».
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