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I 50 anni della Misericordia

Grosseto, da via Saffi di corsa in via Senese: Anna e quel parto fra due ospedali

Grosseto, da via Saffi di corsa in via Senese: Anna e quel parto fra due ospedali

Erica decise di nascere il 31 gennaio 1974 proprio nel giorno del grande trasloco. La madre: «non esisteva l’anestesia epidurale per cui il parto era dolorosissimo. L’unico a scherzare era il dottor Santini...»

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GROSSETO. Dopo che il Tirreno ha rintracciato la puerpera che il 1° febbraio 1974 aveva partorito il primo maschietto nato in quello che all’epoca era il nuovissimo ospedale della Misericordia di Grosseto, si è fatta viva anche l’altra mamma che, giovanissima, il giorno precedente mise al mondo la prima bambina. Che fu anche la prima in assoluto a nascere nel reparto di ostetricia e ginecologia al quarto piano del nuovo grande monoblocco ospedaliero, da pochi giorni inaugurato lungo la via senese alla periferia est della città.

La signora Anna Lampredi, oggi assessora al welfare nella giunta che guida il Comune di Magliano in Toscana, aveva all’epoca 17 anni, e si ritrovò nella stanza con la signora Romana Fazzi, sedicenne, condividendo l’esperienza del parto nel nuovo grande ospedale ancora praticamente deserto. «Proprio il giorno precedente l’ostetrica di Rispescia che mi seguiva mi aveva visitato, dicendomi che la bimba sarebbe nata dopo un settimana», racconta Lampredi. «Il 31 gennaio del 1974, invece, sin dalla mattina ho iniziato a stare poco bene per i dolori, poi sono iniziate le contrazioni e a quel punto mi hanno portato di corsa al vecchio ospedale in via Saffi, dove siamo arrivati nel momento in cui stavano trasferendo il reparto al nuovo Misericordia. Mi hanno quindi caricato su un’ambulanza e portata in via Senese. Erica è nata praticamente tre ore dopo che avevo messo piede nella camera del reparto».

Erica Cellini sta per compiere cinquant’anni proprio come l’ospedale della Misericordia, e naturalmente si è sentita raccontare questa storia particolare tante volte.«Finché ho vissuto in casa con i miei genitori - dice - ricordo che mamma raccontava spesso di quella giornata, così come se ne parlava a tavola in occasione delle feste con la famiglia allargata. Quello che mi è rimasto più impresso del suo racconto è che i giorni in cui sono nata erano quelli della cosiddetta "merla", di solito il periodo più freddo dell’anno, a differenza di questi giorni. Il reparto era deserto e non ancora ben organizzato e lei si ricordava del freddo intenso che soffrivano nella stanza, con gli infermieri che si davano da fare per trovare coperte aggiuntive e un termosifone elettrico per riscaldarle». Cellini - predestinata? - oggi lavora per la Asl Toscana nordovest, come dirigente psicologa presso il Serd (servizio dipendenze) "Valli Etrusche", nella zona sociosanitaria di Piombino. «Ho sempre desiderato fortemente lavorare per la Asl, e dopo tre concorsi vinti sono stata chiamata a Piombino dove vivo con il mio compagno e mia figlia, nata nel 2014».

L’avventura del primo parto nel nuovo grande e moderno ospedale della Misericordia è rimasta un ricordo indelebile nel tempo, e anche un «piccolo motivo di orgoglio per aver battezzato la nuova sala parto con la nascita di Erica», dice la signora Lampredi. Anche lei, come già ha sottolineato la compagna di stanza, signora Fazzi, ricorda bene che cinquant’anni fa l’esperienza del parto era tutt’altra cosa rispetto ai tempi attuali. «Nei confronti delle partorienti - ricorda ancora - c’era un atteggiamento molto duro e poco empatico. Il dottor Mascia, in particolare, era molto rigido ed esigeva disciplina. Ricordo che mia suocera quando partii per l’ospedale mi salutò come se andassi in guerra. Quando arrivai al Misericordia c’erano ancora in giro gli operai e io, che ero molto giovane, ero molto intimorita, anche perché non fecero entrare mio marito in sala travaglio. All’epoca, poi, non esisteva l’anestesia epidurale per cui il parto era dolorosissimo e per certi versi drammatico. In più, a noi puerpere non veniva insegnato nulla rispetto a quello che ci attendeva in sala parto. E neppure che non avremmo potuto tenere fra le braccia i bimbi, che ci venivano portati dalle infermiere solo per l’allattamento. L’unico a scherzare era il dottor Santini, che quando ci veniva a visitare dice sempre: "eccoci nella stanza delle anziane". Anche quando tornai a casa, dovetti imparare da sola come si fasciava la bambina. All’epoca non si utilizzavano ancora i moderni pannolini, ma triangoli di stoffa che poi venivano fissati intorno ai fianchi con una fascia elastica che chiamavano "sorriso". Questo per dire quanto per una ragazza 17 venne fosse difficile all’epoca affrontare la maternità».

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