Italia
Ucciso a 41 anni da una banda di rapinatori: «In sedici anni nessun colpevole»
Nel 2008 l’assalto al furgone portavalori in cui trovò la morte Raffale Baldanzi. Parla la vedova: «Vorrei un giorno poter entrare a casa e dire finalmente a mio figlio il nome e il cognome di chi si è permesso di uccidere suo padre»
MASSA MARITTIMA. «Sedici anni e nessun colpevole». Quasi inosservato, riassunto nelle poche righe di un post social, pochi giorni fa è caduto l’anniversario – il sedicesimo – dall’assalto al furgone portavalori sulla strada nei pressi del lago dell’Accesa (nel comune di Massa Marittima) in cui perse la vita a 41 anni la guardia giurata Raffaele Baldanzi, falcidiata da raffiche di arma da fuoco, vittima di una banda di rapinatori. Il collega si salvò per miracolo, rimanendo comunque ferito.
A ricordare quel giorno è ancora una volta la vedova Fiorella Ferroni, che scrive: «Perché non si deve e non è giusto dimenticare».
Una prima indagine, nel 2010, con tre indagati, si concluse con un nulla di fatto: nessuno dei tre profili genetici coincideva con quelli presenti sui reperti esaminati dal biologo incaricato dal giudice delle indagini preliminari di allora. Il fascicolo fu archiviato scagionando – tra gli altri – l’ex “primula rossa” del banditismo sardo, Raffaele Arzu.
L’inchiesta venne riaperta a settembre 2022. Era spuntata fuori una lattina – mai esaminata prima – recuperata da una stazione di servizio non distante dal luogo dell’assalto, da sottoporre ad accertamenti ed esami. Si aggiunsero così altre tre indagati (divennero sei in totale). Venne fissato il cosiddetto incidente probatorio (anticipazione del dibattimento al quale possono partecipare tutte le parti interessate), ma due mesi più tardi la conclusione fu che – ancora una volta – non c’era riscontro per il dna. Arrivò una seconda richiesta di archiviazione.
Da 16 anni Ferroni cerca di essere in aula ogni singola volta. «Se c’è da andare in Tribunale vado, voglio essere sempre presente in prima persona; anche se può essere spiacevole, anche se è doloroso», conferma la donna a Il Tirreno, e spiega: «La situazione è logorante ma non voglio arrendermi e lotterò finché mi sarà possibile. Dovessero chiudere le indagini ancora una volta...».
Lo scorso anno, a fine maggio, il giudice delle indagini preliminari Sergio Compagnucci aveva infatti concesso il via libera alla richiesta del sostituto procuratore Federico Falco per nuovi accertamenti – a quanto è stato possibile ricostruire – che riguardano sempre aspetti di natura genetica. Nuovi accertamenti resi accessibili da nuove possibilità scientifiche. Nuove verità in grado – forse – di completare una volta per tutte la ricostruzione dei fatti di quel giorno di sangue.
E Ferroni, sempre assistita dall’avvocato Matteo Brogioni (che le preme ringraziare in quanto «persona capace e molto umana»), continua a lottare.
«Ho parlato giusto ieri (lunedì, ndr) con il mio legale: novità ancora non ce ne sono», confessa al nostro taccuino, e – di nuovo – spiega: «Il mio ricordare ogni volta, ogni anno, che dopo tanto tempo ancora non ci sono dei colpevoli per quello che è successo non è per me: è per rispetto nei confronti di Raffaele, che quel giorno stava lavorando, e per tutte le altre persone che vengono uccise nell’adempimento del proprio lavoro. E per mio figlio».
Dopo 16 anni Ferroni mantiene saldo l’ottimismo: «Questa è la nostra vita, andiamo avanti con la speranza che ci arrivi una buona notizia. So che ci arriveremo, e Raffaele sarà in pace soltanto allora. Vorrei un giorno – conclude – poter entrare a casa e dire finalmente a mio figlio il nome e il cognome di chi si è permesso di uccidere suo padre».
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