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Grosseto, a 80 anni dona il rene al figlio malato: «Così mia mamma mi ha salvato la vita»

Grosseto, a 80 anni dona il rene al figlio malato: «Così mia mamma mi ha salvato la vita»

La donna si sottoposta a decine di esami, poi il responso: è idonea

07 dicembre 2023
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GROSSETO. Lei ha donato un rene a lui. Lei è la mamma di lui. E questa è già una notizia, una bella notizia. Se poi si viene a sapere che lui ha 56 anni e lei 80, beh la bella notizia è anche un messaggio di speranza per tanti. «Anche perché mia mamma è in perfetta forma, compatibilmente con l’età: come era prima dell’intervento».

Parla Stefano Tremoloni, grossetano. E parla di Lea Piantini, sua madre. Che si è messa subito in gioco, già quando la donazione era una possibilità e non una certezza, sottoponendosi a decine e decine di esami per la verifica della compatibilità. E che quando è arrivato l’ok non ha esitato un attimo a sdraiarsi sul tavolo operatorio dell’ospedale torinese delle Molinette per l’espianto.

Per Marco e Simona, marito e moglie, 47 e 46 anni, della cui storia abbiamo parlato nelle scorse settimane, la compatibilità era un’eventualità, piuttosto remota pur se non impossibile. Tra Stefano e mamma Lea la compatibilità era sostanzialmente certa: in questo caso però la singolarità è rappresentata dall’età.

Si può diventare donatori a 80 anni?

«Evidentemente sì – risponde Tremoloni – Ma non è stato facile. I medici hanno preteso che mia madre fosse perfettamente in grado di donare, senza alcun problema, senza che si potessero verificare conseguenze per lei».

E ci sono state?

«Nemmeno una. Lei vive esattamente come prima: a fare la spesa va da sola, con il carrellino ma va da sola».

Stefano, com’è cominciato tutto?

«Da una familiarità, quella con mio padre, che ha sofferto di diabete e che ha fatto per ben 17 anni la dialisi. C’era il cinquanta per cento di probabilità che ne soffrissi anche io. È andata così. Mio padre purtroppo non era compatibile con mia madre, era in lista ma non ha mai avuto la possibilità di essere chiamato».

E per lei i problemi quando sono cominciati?

«Io non ho avuto alcun problema fino al 2012. Poi ho cominciato a sentirmi stanco: la creatinina si era alzata, ho fatto un’ecografia, i medici mi hanno scoperto un rene policistico bilaterale, cioè delle cisti che si erano enormemente ingrandite e che mi stavano distruggendo il rene. Ho seguito una dieta aproteica ma i valori della creatinina erano diventati preoccupanti. Fino a che nell’agosto 2022 mi sono sentito male. Una colica. Poi ho saputo delle donazioni e delle Molinette. E nel settembre successivo ho iniziato l’iter».

Stefano si era preparato per ricevere, ma serviva un donatore: ci dica come si è arrivati a mamma Lea…

«Si è fatta avanti lei. Io sono figlio unico. Noi abitiamo nello stesso stabile. Ha detto: “te lo dono io”. Insieme siamo andati a Torino, insieme abbiamo fatti gli esami».

E c’era comunque l’eventualità che mamma Lea potesse essere scartata, giusto?

«Sì. I medici hanno voluto la certezza che lei potesse tornare quella di prima dell’intervento. Le hanno fatto decine e decine di esami. Tra l’altro, lei nel 2010 era stata operata con la chirurgia robotica per una certa patologia ed era perfettamente guarita. Tanti esami, anzi la maggior parte, li abbiamo fatti qui a Grosseto».

Una volta avuto l’ok?

«Ci si è messo di mezzo il Covid. Noi non eravamo stati contagiati in precedenza. Il 10 maggio era in programma l’intervento alle Molinette, il giorno precedente siamo risultati positivi. L’intervento è saltato. La settimana successiva (alle Molinette gli interventi di questo tipo li fanno tutti i mercoledì) io ero risultato negativo ma mia madre aveva un po’ di catarro. Niente, saltato un’altra volta e anche la settimana successiva. Finalmente il 31 maggio abbiamo fatto il doppio intervento. Ma c’è da precisare un aspetto».

Quale?

«Il 31 marzo io avevo dovuto subire un intervento chirurgico per togliere uno dei miei reni, quello destro: in genere quello donato si aggiunge a quelli esistenti ma nel mio caso non c’era spazio, quello malato era diventato troppo grande. Ho fatto un mese e mezzo di dialisi, poi è arrivata la data dell’intervento a Torino».

Prima è entrata mamma Lea… «Sì, ma lei c’è stata pochissimo. Poi è toccato a me: sono stato sotto i ferri per sei ore. L’équipe è quella del dottor Luigi Biancone, il direttore della Nefrologia, noi siamo stati presi in cura in particolare dalla dottoressa Roberta Giraudi. Ed è andato tutto bene, sono stati favolosi».

E dopo l’intervento?

«Mia madre è uscita dall’ospedale con le sue gambe dopo sei giorni. Io dopo nove giorni, c’era la necessità di fare qualche controllo in più».

Controlli anche a Grosseto?

«Sì, ogni 15 giorni alla Nefrologia del Misericordia, con il direttore Giovanni Giuntini che ci segue scrupolosamente. E alle Molinette ogni tre mesi».

Stefano, lei come si sente?

«Bene, come prima di sentirmi male. Spero di tornare presto al lavoro».

Con quale spirito ha affrontato l’intervento?

«Non vedevo l’ora di farlo. E la mia mamma anche più».l

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