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Grosseto, trovato in una pozza di sangue: «Le coltellate potevano uccidere»

Grosseto, trovato in una pozza di sangue: «Le coltellate potevano uccidere»

Roccastrada, la lite a cena degenerò in aggressione con fuga in strada

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ROCCASTRADA. «Atto idoneo a cagionare la morte di una persona», diretto a «distretti anatomici densi di strutture parenchimali (milza, stomaco, intestino) la cui lesione può essere potenzialmente fatale».

Nero su bianco, la perizia eseguita dal medico legale Valentina Bugelli (incaricata lo scorso luglio dal giudice Marco Mezzaluna, nell’ambito di un incidente probatorio chiesto dal pubblico ministero Giovanni De Marco) certifica che le due coltellate sferrate all’apice di una lite da Ali Hamza, pakistano di 26 anni difeso dall’avvocata Francesca Carnicelli, all’addome di un connazionale 50enne, per quest’ultimo potevano essere letali; specialmente una delle due.

I fatti risalgono alla sera del 2 maggio, quando i soccorritori della Pubblica assistenza di Sassofortino fanno salire una donna sull’ambulanza a Roccastrada e partono in direzione dell’ospedale Sant’Andrea di Massa Marittima.

Stanno percorrendo via Nazionale quando, poco prima dell’incrocio con via del Portoncino trovano un uomo (il 50enne) a terra in una pozza di sangue.

Da Roccastrada arrivano carabinieri e Misericordia. L’uomo viene portato al Misericordia e operato d’urgenza: la prontezza e la competenza di soccorritori e medici dell’ospedale si riveleranno fondamentali – sottolinea ancora Bugelli – per salvargli la vita.

Hamza, nel frattempo, vede le sirene e si dà alla macchia. Ma la sua è una fuga di breve durata: viene arrestato a stretto giro di posta e portato nel carcere di via Saffi.

Giorni dopo, davanti a Mezzaluna, Hamza ammette di aver sferrato le coltellate al connazionale e si dice «dispiaciuto e pentito», raccontando una versione secondo la quale a quella cena aveva alzato il gomito, e in cui il 50enne aveva offeso sua madre.

A quel punto Hamza aveva schiaffeggiato l’altro, poi i due venivano separati da alcuni conoscenti, lui si allontanava per tornare con un coltello da cucina e, mentre un terzo connazionale teneva fermo per i capelli il cinquantenne, lui colpiva quest’ultimo per due volte.

Hamza dice di non ricordare esattamente, sempre a causa dell’alcol, dove e come la lite sia degenerata in aggressione fisica (se in casa oppure fuori), ma di essere certo che – di fronte ai lampeggianti della Pubblica assistenza – ha avuto paura. Motivo per cui, sostiene, è fuggito nel bosco dove ha gettato la lama.

L’ipotesi per Hamza è di tentato omicidio.

Nel corso di un’udienza del luglio successivo il cinquantenne, dimesso dall’ospedale dopo l’intervento che gli ha salvato la vita, riesce a dare una versione sufficientemente chiara dell’accaduto, pur se mediata dagli interpreti. Dice quanto è avvenuto quella sera, spiega i motivi, ricostruisce il momento in cui avviene l’accoltellamento, poi la fuga in strada fino ai soccorsi prestati dall’equipaggio dell’ambulanza della Pubblica assistenza di Sassofortino.

Con la perizia di Bugelli depositata agli atti, certamente la posizione dell’assistito di Carnicelli non si alleggerisce.


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