Il Tirreno

Grosseto

La memoria

Grosseto, lo scrittore: «Via Almirante? Sì, ma scrivete che fu un fucilatore di partigiani»

di Nicole Terribile
Maria Cappelletti
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Maria Cappelletti

La provocazione del ricercatore all’incontro dell’Anpi provinciale sulla Resistenza

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GROSSETO. Ottant’anni fa nasceva la Resistenza Italiana. Un anniversario che serve anche da monito per ricordare la lotta che si è combattuta, i sacrifici fatti, ma anche chi si è battuto per la democrazia. Quest’anno, però, nel capoluogo maremmano questo anniversario non può che essere vissuto nella consapevolezza che di qui a breve potrebbe esserci – per volontà del consiglio comunale – anche una via in città dedicata a Giorgio Almirante, ex segretario del Movimento sociale italiano, redattore de “La difesa della razza”, gerarca della Repubblica di Salò.

L’Anpi ha ricordato ieri gli 80 anni dall’inizio della Resistenza Italiana nella sala del palazzo della Provincia. All’incontro ecco il presidente provinciale dell’Anpi “Norma Parenti”, Luciano G. Calì, lo storico e giornalista Davide Conti, e lo scrittore e ricercatore Massimo Recchioni, coautore del libro “L’avrai camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani”, memoriale sul processo per diffamazione intentato negli anni Settanta da Almirante contro gli allora direttori responsabili de Il Manifesto e de l’Unità, rispettivamente Luciana Castellina e Carlo Ricchini, dopo la pubblicazione del “Manifesto della morte”: quel manifesto ritrovato negli uffici comunali di Massa Marittima a firma di Almirante con il quale si consentiva la fucilazione dei partigiani. Sarebbero dovuti essere presenti all’incontro anche i due giornalisti, ma la prima ha avuto un contrattempo, mentre il secondo era assente per motivi di salute.

Entrambi hanno mandato un saluto: Ricchini lo fa tramite il coautore del libro Recchioni, raccontando il suo amore per la Maremma, nato proprio durante le ricerche del Manifesto della morte, e ripercorre brevemente il processo intentato da Almirante. «Come può l’amministrazione dedicare una via ad Almirante, dimenticandosi della strage di Niccioleta? Ricordiamo che i familiari delle vittime inviarono durante il processo una lettera alla Procura per dire che la strage era imputabile ad Almirante e a quel manifesto», scrive il giornalista 93enne nel suo messaggio.

Anche Recchioni ripercorre a grandi linee il processo ai due giornalisti: «Durante il processo, il sindaco di Massa Marittima dell’epoca (Radi Rizzago) depositò l’originale del Manifesto della morte al tribunale di Roma. Venne fuori anche un telegramma, custodito nell’archivio delle poste, sempre a firma di Almirante, datato il giorno prima del Manifesto, con il quale stabiliva l’obbligatorietà della pubblicazione del Manifesto».

Recchioni sottolinea anche quanto sia importante non confondere ricordo e storia: «Oggi, la maggioranza cerca di cambiare la storia, anche attraverso la toponomastica. Quando si dedica una via a una persona, è fondamentale scrivere chi è stato in vita, affinché le persone possano ricordare. E allora, se l’amministrazione comunale vuole dedicare una via ad Almirante, è bene che scriva “via Giorgio Almirante, fucilatore di partigiani”».

L’incontro si è tenuto nel palazzo della Provincia, ma l’idea iniziale era un’altra: «Avremmo voluto farla nella sala consiliare del Comune l’8 settembre, proprio per ricordare che quelle stanze appartengono a tutti i cittadini e non a chi gestisce momentaneamente il governo della città – commenta Calì –. Avevamo fatto richiesta, ma casualmente quel giorno è stato convocato il consiglio comunale».

Il seminario si è aperto con un applauso alla staffetta partigiana Nello Bracalari, morto a 95 anni a inizio anno. Tra il pubblico c’è un’altra ex staffetta partigiana: il 99enne Gennaro Barboni, l’ex sindaco di Matelica e deputato, follonichese d’adozione.

Un grande applauso è stato fatto a lui e a Maria Cappelletti, orfana di Aurelio Cappelletti, minatore ucciso a 33 anni nella Strage di Niccioleta. Oggi Maria ha 81 anni, ma quando suo padre e altri 82 minatori furono uccisi era una bambina. «Quando mio babbo è morto avevo due anni – racconta non riuscendo a trattenere le lacrime –. Quello che so è grazie a mia mamma, che mi raccontava di lui e di cosa succedeva. Sono una persona molto curiosa. Mi piace imparare cose nuove e scoprire particolari su quel periodo, per questo ho voluto partecipare all’incontro. Quel periodo l’ho vissuto tutto vivendo in quel villaggio minerario fino ai 18 anni e tramite mia mamma negli anni ho sempre aggiunto informazioni nuove».

 

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