Il Tirreno

Grosseto

Festa della Repubblica: il personaggio

Ferruccio e quel dolore silenzioso dopo il lager tedesco

di Francesca Ferri
 Ferruccio e quel dolore silenzioso dopo il lager tedesco

Catturato a Tortona appena 16 giorni dopo la chiamata alle armi, Ferri aveva 19 anni. È sopravvissuto a 19 mesi di lager vicino a Berlino e non ne ha mai voluto parlare

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GROSSETO.  Nella notte fra l’8 e il 9 settembre 1943 la caserma di Tortona, in Piemonte, è immersa in un sonno profondo. Il giorno prima era stato annunciato l’armistizio, nelle valli intorno sono ancora calde le ceneri dei falò che i contadini avevano acceso per festeggiare. Intorno alle 4 del mattino, un frastuono di camionette e soldati tedeschi butta giù dalle brande i circa 2mila militari presenti, il 38° reggimento fanteria. Vengono radunati in cortile, sorvegliati da quattro mitragliatrici posizionate dai tedeschi ai quattro angoli dello spiazzo. «Venite con noi, vi riportiamo a casa», dicono i nazisti ai soldati italiani. Un ufficiale italiano esce di corsa e grida. «Non gli credete, vi portano in Germania, scappate». Viene freddato da una raffica di spari. Tutti gli uomini, per lo più soldati semplici, vengono caricati sui carri bestiame di un treno. Alle 9,40 il comando dell’872° corpo d’armata tedesco segnala: «Conclusa l’azione a Tortona. L’aviazione italiana si è difesa. Un generale dell’aviazione e 2.000 uomini sono stati fatti prigionieri».

Tra di loro c’è un ragazzo di 19 anni che arriva dalla provincia di Pistoia, è stato chiamato alle armi il 21 agosto e il 24 è arrivato a Tortona. Quel soldato è Ferruccio Ferri, mio nonno.

Ferruccio trascorrerà i successivi 19 mesi in un campo di concentramento vicino a Berlino, divenendo un Imi, internato militare italiano, uno dei 600mila catturati dopo l’armistizio che, posti davanti alla scelta di continuare a combattere con l’esercito tedesco o essere inviati nei lager, scelsero di voltare le spalle al nazismo e al fascismo, pagando sulla propria pelle la loro scelta. Un capitolo, il loro, per oltre mezzo secolo rimasto nell’ombra della storia, e che solo da poco sta emergendo con il suo carico di dolore e sete di giustizia.

Per il suo sacrificio, a Ferruccio Ferri, scomparso nel 1972, il Presidente della Repubblica ha concesso la Medaglia d’Onore, consegnata ieri per la festa della Repubblica nel palazzo della Prefettura di Grosseto dalla prefetta Paola Berardino, accompagnata dal comandante del presidio militare, colonnello Filippo Monti, e dal sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna.

Fino a quella fine d’estate 1943 Ferruccio non si era mai allontanato dal Pistoiese. Era nato a Uzzo il 16 maggio 1924 e viveva a Corbezzi con il padre, Giuseppe Ferri, la madre, Quintilia Frullani, cinque fratelli e quattro sorelle. Sfamavano la famiglia le attività di campagna e i lavori di boscaioli.

Quel treno partito da Tortona lo porterà a circa 60 chilometri a sud di Berlino, nella zona di Brandeburgo, nel campo di concentramento per prigionieri di guerra di Luckenwalde, censito come Stalag III A.

“Stalag” è l’abbreviazione di “Stammlager”, campo base di prigionia per truppe e sottufficiali; III indica il terzo distretto militare, “Wehrkreis”, quello di Altmark, Neumark, Brandenbourg (ve ne erano 21).

Nel campo, costruito su 10 ettari nel 1939, fatto di tende e baracche, furono internati polacchi, olandesi, belgi, francesi e inglesi, dal 1941 soldati dell’Armata rossa e alla fine anche italiani ai quali era riservato il trattamento più duro, perché considerati traditori.

Pochissimo si sa della prigionia di Ferruccio. Abbiamo una cartolina scritta alla madre il 7 luglio 1944 tramite la Kriegsgefangenenpost, la corrispondenza dei prigionieri di guerra. Ferruccio, 20 anni, si sforza di tranquillizzarla: «Io mi faccio coraggio, state contenti». Ma chiede con malcelata insistenza di ricevere il pacco di alimenti: «Ho mandato i moduli, speriamo l’avete spedito». Le sue parole in una grafia da bambino – appena due anni prima aveva preso la licenza di 5ª elementare – ci arrivano dopo 79 anni dal cuore dell’inferno: «Ricevete tanti cari baci e saluti, tutti, cari». Abbiamo poi la piastrina con la matricola: Stalag III A 117076.

Pochissimi invece i frammenti di memoria. Mio padre Franco e mio zio Fiorenzo con sovrumana fatica hanno strappato negli anni qualche informazione: il lavoro in una fabbrica di mitragliatrici, la fame, il freddo, le 6 ore sotto il fuoco incrociato dell’Armata rossa e dei nazisti il 22 aprile 1945, la liberazione. E poi un prete che accoglie questi uomini ridotti a ombre, che gli ammazzano il maiale per sfamarsi. Di quel prete, da qualche parte in casa, abbiamo un cucchiaio. Tutto qui. Ferruccio non ha mai parlato del lager. Quell’orrore lo ha raccontato un unico, disturbante dettaglio: quando si presentò a casa, pesava 38 chili e la madre non lo riconobbe.

Dopo la guerra ha lasciato Pistoia per venire in Maremma, come molti conterranei, a lavorare come minatore alla Montecatini. Le ferie le passava a fare il carbonaio al bosco. Poi, dalla fine degli anni Sessanta ha lavorato come caddy al Golf Club di Punta Ala. Intanto si era sposato con Ilda Barbuti, mia nonna, e aveva avuto due figli, Franco, oggi macchinista in pensione, e Fiorenzo, ex consigliere comunale a Scarlino, scomparso a dicembre.

La vita però non è stata generosa con Ferruccio. È morto il 21 aprile 1972, a 47 anni, ucciso in un incidente stradale provocato da un camionista.


 

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