Addio certificato per tornare in aula, la testimonianza di una maestra di Grosseto: «Non va bene, io ho rischiato la vita»
Per l’insegnante in pensione, dopo la malattia i controlli sono indispensabili
GROSSETO. Bambini e ragazzi non avranno più bisogno del certificato medico per rientrare in classe dopo essersi ammalati ed essere stati assenti per più di cinque giorni. Lo ha deciso il consiglio regionale della Toscana, dopo la proposta di legge della giunta e la legge regionale n. 8/2022 è entrata in vigore.
La notizia ha fatto felici tanti, dai genitori ai pediatri o medici di base. Tanti, ma non tutti. C’è anche chi, apprendendo di questa nuova legge, è sobbalzato. È il caso di Maria Bianchini, maestra ormai in pensione che ha insegnato nelle scuole della provincia per 43 anni. E in 43 anni ne ha viste di ogni.
Anche se ormai è lontana dal mondo della scuola, Bianchini vuole dire la sua riguardo questa scelta della Regione perché, secondo lei, mette a rischio gli insegnanti. «Dicono che saranno tutelati tutti, ma come è possibile? Secondo me, questa è una legalizzazione della mancanza di responsabilità», dice Bianchini, secondo la quale permettere a bambini e ragazzi di rientrare a scuola prima di essere stati visitati da un dottore può portare al contagio di altri alunni o studenti e degli stessi docenti.
«Anche se mi è capitato spesso di ritrovarmi davanti certificati falsi, oppure fatti senza che il dottore avesse effettivamente visitato il bambino, sono sempre stata molto attenta a questo aspetto: controllavo in maniera meticolosa i certificati, guadagnandomi anche l’antipatia di qualche genitore», continua.
È vero, a volte è impossibile evitare il contagio. Basti vedere cos’è successo con la pandemia da Covid. Ma, secondo Bianchini, se bambini e ragazzi fossero controllati – per bene – da pediatri e medici di base prima di rientrare a scuola, si potrebbe ridurre al minimo qualsiasi rischio.
Ma questa “pignoleria” verso i certificati medici non è l’unico motivo che ha spinto Bianchini a dire la sua. «Qualche anno fa sono quasi morta dopo essere stata contagiata da un bambino che frequentava la mia classe. I genitori non volevano saperne di tenerlo a casa, nonostante fosse evidentemente malato. Ha contagiato anche i compagni», racconta l’ex insegnante.
«Io ho preso lo pneumococco, che mi ha provocato la meningite. Sono stata ricoverata in ospedale in codice rosso per quattro giorni. Ancora oggi mi porto dietro le conseguenze», racconta, ancora turbata dal ricordo di quei giorni di paura. Giorni in cui ha temuto per la sua vita.
Certo, questo è probabilmente un caso limite, ma dimostra che episodi di questo tipo possono accadere. Si sarebbe potuto evitare? Forse sì, forse no. Ciò che è certo, secondo Bianchini, è che è necessario avviare una riflessione su come tutelare la salute di tutti i docenti; dall’asilo in su.
«Le mie colleghe in servizio non possono dire la loro – afferma ancora – o non vogliono, perché hanno paura che questo potrebbe portare a conseguenze negative sul lavoro. Ma ho parlato con alcune di loro, e sono preoccupate. Ma cosa possono farci?».
Pressoché niente, visto che così stabilisce la legge. In questi anni, l’obbligatorietà del certificato medico per rientrare a scuola dopo cinque giorni di assenza non è stato sempre un deterrente per evitare il diffondersi di malattie, ma la sua totale assenza potrebbe creare problemi nelle aule; almeno secondo la ex maestra.
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