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Addio Luca Mechini, il comunista che cercava casa per la sua storia

di Massimiliano Frascino
Addio Luca Mechini, il comunista che cercava casa per la sua storia

È morto in ospedale a Montevarchi, colpito da una meningite fulminante , nel 2017 l’appello per la salvezza del suo archivio di libri, foto e volantini

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GROSSETO. Da Firenze al mondo e infine a Grosseto, per ritrovarsi senza una vera casa dentro la quale riparare il suo corpo ma soprattutto quel gigantesco bagaglio di ricordi – libri, fotografie, volantini – che raccontavano la sua esistenza e un altro tempo, un’altra storia. Recente, straordinaria, eppure oggi così apparentemente lontana. Luca Mechini, classe 1958, avrebbe compiuto 65 anni nel prossimo mese di maggio. È morto l’altra notte nell’ospedale riabilitativo di Montevarchi, colpito da una meningite fulminante. La sua storia era riaffiorata improvvisa e sorprendente, nel 2017, dalle pagine de Il Tirreno al quale Luca aveva deciso di affidare il suo appello. E ora, altrettanto improvvisa, la notizia della sua scomparsa, affidata a un post Facebook di Marco Costanzo, assistente sociale che ha seguito Mechini per un periodo della sua travagliata esistenza, diventandone amico e confidente.

Una vicenda, quella di Luca Mechini, esemplare di come la vita tradisca le attese di una persona incapace di affrontare i testacoda della Storia, trasformandola in quello che semplificando la società definirebbe “un senza fissa dimora”. Una persona seguita dal servizio sociale, ma benvoluta per la sua mitezza e per l’ingenuità del suo sguardo sul mondo, per quanto mediato da una cultura profonda. Quasi enciclopedica. Perché Luca, con la sua esistenza travolta dalle conseguenze del crollo del muro di Berlino nel novembre del 1989, è passato in pochi anni dall’agiatezza degli studi e delle frequentazioni di politici e intellettuali riconducibili al milieu del Partito comunista italiano, all’inferno della bancarotta economica e umana che lo ha precipitato su di un piano inclinato dal quale non è più stato in grado di risalire.

Fiorentino di nascita, figlio di Rodolfo Mechini – funzionario del Pci, poi presidente della Federazione mondiale della gioventù democratica, evoluzione della Gioventù comunista internazionale, stretto collaboratore di Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitano – e di Fiorenza Orlandini, intellettuale ed esperta d’arte, Luca ha vissuto una vita intensissima a cavallo fra Italia, Ungheria e Algeria. Viaggiando moltissimo, conoscendo e frequentando di persona molti politici, intellettuali e artisti di fama internazionale, come Ho Chi Min, Ahmed Ben Bella, Giorgio De Chirico o Renato Mieli (padre di Paolo).

Seguendo le peregrinazioni dei genitori che per il Partito comunista italiano svolgevano nel mondo un ruolo di ambasciatori, tenendo relazioni di altissimo livello. Una prima vita caratterizzata dall’agiatezza, nel corso della quale il benessere era la conseguenza delle relazioni più che dell’accumulo capitalistico. Una vita che ha cominciato a cambiare bruscamente a partire dal momento del crollo del muro di Berlino, di fronte al quale né i suoi genitori né lui stesso sono stati in grado di prendere le misure ai tempi che stavano velocemente cambiando. Ritrovandosi così spaesati da avvitare le loro esistenze in un crescendo di rovesci, che prima hanno portato la famiglia alla rovina economica e poi all’isolamento soc iale. Cui sono seguiti la morte del padre, e quindi quella della madre, ricoverata a Grosseto nella residenza sociale assistita del Ferrucci. Luca Mechini, nel frattempo, aveva provato a rifugiarsi nella villa di famiglia di Punta Ala, prima che il pignoramento lo lasciasse a dormire per strada, alla stazione.

Approdando infine ai servizi sociali, con una sistemazione al Poggio di Roselle. Eppure, nonostante le cadute della vita e la salute malferma, era riuscito a rimanere fedele a suo modo a se stesso, continuando a studiare, scrivere e ascoltare musica. Incontrando a Grosseto tante persone alle quali ha lasciato un bel ricordo di sé. Fra queste Salvatore Allocca, storico dirigente e attivista grossetano di Rifondazione comunista, venuto in contatto con Mechini proprio per la passione che questi continuava a coltivare nei suoi studi rispetto alla storia dei movimenti della sinistra italiana degli anni ‘70 e del Pci.

«Luca – dice con un filo di commozione nella voce Allocca – si era iscritto due anni fa a Rifondazione, entrando a far parte della nostra comunità in punta di piedi ma conquistando subito l'affetto di tutti. In forza di quella dolcezza spaesata e della mitezza assoluta che lo rendeva unico. Sempre con un sorriso quasi infantile sulle labbra e animato da un garbo raro. Ci parlava sempre della sua biblioteca personale, dei suoi dischi, della collezione di volantini e opuscoli che aveva accumulato negli anni d'oro della sua esistenza. Avevamo parlato tante volte di farne un archivio, un fondo consultabile a chi avesse interesse per quel periodo storico cui tutto il materiale più o meno era riconducibile. Ma poi Luca quell'archivio, che forse è sparpagliato in più luoghi, non ce lo ha mai fatto vedere davvero. E oggi, per ricordarlo, ci piacerebbe davvero riunire le sue cose e archiviarle in un fondo, magari con l’Istituto storico per la resistenza e l'età contemporanea. Per cui, se qualcuno avesse pezzi di questo archivio di Luca, lo invito a farsi vivo per contribuire a ricostituirlo e renderlo fruibile».

Fu proprio per lanciare un appello a qualcuno che trovasse casa al suo archivio, che nel 2017 Mechini si affacciò, timido ma deciso, alla porta della redazione grossetana de Il Tirreno. Un appello che però finì inascoltato. Non resta invece “senza memoria” il passaggio di Mechini su questa terra. Grazie proprio al suo amico Marco Costanzo che, nel suo lunghissimo post social, lo ha raccontato attraverso le lunghe “confessioni” che lo stesso Luca gli aveva fatto negli ultimi anni. Il progetto era di farne un libro, ne resta questo originale “congedo” che Costanzo ha scritto immaginando che fosse proprio Luca, in prima persona, a salutare.

«Salve a tutti, mi chiamo Luca, Luca Mechini. Sono morto poche ore fa in un ospedale toscano. chiamatelo come volete: suicidio, omicidio, eutanasia, incidente..boh! Sono morto anche se a maggio avrei compiuto 65 anni. Non stavo poi così male! È successo tutto così in fretta che neanche ho avuto il tempo di salutare tutti: lo faccio da qui! In fondo ho dato parecchio fastidio a molti. Antipatico, forse è la parola giusta, ma questo è dipeso dalla storia che mi porto dietro che poi non è altro che la storia di un pezzo d’Italia in un periodo, quello del ‘68, in cui mio padre Rodolfo, dirigente del Partito Comunista Italiano (come mi piace scrivere il nome del partito) girava il mondo e mi portava dietro... Forse questo è stato il mio problema: l’aver vissuto all'ombra dei miei genitori, molto impegnati sia politicamente che socialmente. Mia madre, forse l'unica donna a girare con una Seicento ad Algeri negli anni ‘60. Mio padre era, secondo la definizione che dava di se stesso, un rivoluzionario di professione». Qualche anno fa, il neuropsichiatra che lo seguiva gli diagnosticò un “disturbo ideologico”. Una bizzarria, solo una delle tante che hanno costellato la vita di Luca Mechini. Nato a Firenze, cittadino del mondo, grossetano senzatetto. Il cui sorriso mite meriterebbe proprio un grande regalo postumo, dai grossetani: un tetto per quel suo prezioso bagaglio di storie.

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