«Fosso dei Molini ormai alterato». Depuratore, ecco le carte dell’inchiesta
Eccesso di azoto, secondo le analisi di Arpat, Socotec e consulente del pm. Il gip: «Quadro allarmante, Acquedotto incapace di gestire la nuova linea»
GROSSETO. Il Fosso dei Molini, quello a valle della linea di depurazione di San Giovanni e che per questa funzione è autorizzato, non è più quello di una volta. È come se fosse morto, devastato dall’eccesso di azoto che, secondo quanto messo nero su bianco dal consulente tecnico della Procura il geologo Giovanni Balestri, «è da collegare con l’incidenza della nuova linea fanghi, la quale ha sostanzialmente alterato il ciclo di trattamento della linea liquami dell’impianto di Adf e ha portato a uno scarico nel corpo idrico recettore di un eccesso di carico organico».
Le ipotesi
Si legge anche questo nel decreto di sequestro preventivo dei soli locali destinati ai conferimenti extraflusso dei fanghi (sezione idrolisi e trattamento aria), che il gip Marco Mezzaluna ha firmato su richiesta del pm Giampaolo Melchionna. Tre gli indagati per i miasmi e i trattamenti al depuratore. Michela Ticciati, responsabile del sevizio idrico integrato, e Cristiano Capocci, responsabile dell’area erogazione Sii di Adf, sono sospettati della mancata adozione di un sistema di controllo e abbattimento delle fonti odorigene, tali da causare un notevole disturbo olfattivo e da causare una situazione di disagio e degrado a danno dei cittadini; di aver operato nella gestione così da permettere che fossero superati i valori limiti di emissione nell’atmosfera autorizzati nel 2020 (idrogeno solforato e odori tra marzo e aprile scorsi, ammoniaca nell’agosto scorso); ma anche di aver fatto più volte scaricare nel Fosso dei Molini-Collettore Mortelle acque reflue con superamento di limiti e concentrazioni di metalli pesanti (tra gennaio e novembre); e di aver causato un deterioramento significativo di quello stesso corso d’acqua, un percorso di poco più di un chilometro che arriva fino all’Ombrone (con sbocco di colore marrone evidenziato in una foto allegata al decreto). Ticciati e la ex dipendente di Adf passata al Comune sono indagate per l’ipotesi di abuso edilizio in relazione opere con permesso scaduto (nuova sezione idrolisi e altro).
Le analisi
Anche gli esperti della Socotec Italia srl di Milano, hanno studiato gli organismi bentonici (cioè gli invertebrati la cui presenza dà il polso dello stato di salute dei corsi d’acqua) e hanno evidenziato che il Fosso dei Molini aveva cambiato volto: «Si tratta di un corso d’acqua profondamente alterato dall’attività antropica, caratterizzato da comunità biologiche profondamente modificate e banalizzate. La qualità del corso d’acqua è cattiva in tutte e quattro le stazioni di prelievo e si mantiene tale sino all’ingresso nell’area protetta (quella del Parco della Maremma, ndr): sono stati visti alcuni pesci probabilmente in risalita dall’area protetta a significare che se la qualità dell’acqua migliorasse, l’ambiente potrebbe recuperare almeno parzialmente la propria qualità biologica originaria». Il ct Balestri aggiunge a proposito del deterioramento della biodiversità che vi è «una scarsissima presenza di numerosità di specie bentoniche e con la presenza di una sola specie resistente, l’unica in grado di sopportare e resistere a situazioni di stress di questo tipo».
Le telecamere
L’attività scientifica nella quale è stata impegnata anche Arpat ha accompagnato quella più strettamente giudiziaria dei carabinieri della Procura che si è avvalsa, oltre che della acquisizione di documenti, anche dell’impiego di telecamere (una all’ingresso, una alla sezione confermenti fanghi palabili) e di due apparati gps, su automezzi impiegati per il conferimento. L’attività del depuratore nel suo complesso, ma in particolare della linea fanghi entrata in esercizio nel giugno 2021, è stata passata minuziosamente in rassegna, compresa l’autorizzazione al conferimento di fanghi provenienti da altre zone dello stesso ambito, esterne alla città (agosto 2021). Un impianto destinato a ridurre volume e peso dei fanghi. Proprio dal giugno 2021 erano però aumentati i miasmi, fino ad arrivare a quella che viene definita la «saturazione» nel maggio scorso. E gli accertamenti svolti, nota il gip, consentono di «attribuire inequivocabilmente l’origine delle emissioni alla cattiva conduzione dell’impianto di depurazione da parte di Adf, che grazie anche all’inerzia di alcuni organi pubblici di controllo, ha finito per creare un notevole disturbo olfattivo e conseguenti disagi nella vita quotidiana per un’importante fetta dell’utenza di Grosseto, specie nei mesi di primavera ed estate dell’anno in corso». E qui il riferimento è alle segnalazioni inviate nel tempo alla polizia municipale. Le emissioni nell’aria secondo il giudice sarebbero «un rischio calcolato dai vertici di Adf».
«Adf consapevole»
E le sanzioni elevate nel tempo da Arpat per mancato rispetto delle prescrizioni per emissioni in atmosfera testimonierebbero anche «la piena consapevolezza da parte dei vertici di Adf della problematica e della volontà di non porvi rimedio». Erano stati superati i valori per l’idrogeno solforato e Arpat aveva chiesto alla Regione Toscana di impartire prescrizioni per il ripristino suggerendo anche di valutare l’immediata sospensione di quel tipo di attività. La Regione aveva però chiesto ad Adf di adottare provvedimenti per rimettere a norma i livelli delle emissioni. E il Comune? Secondo il gip era a conoscenza dei miasmi già dall’ottobre 2021 e sarebbe intervenuto solamente se fosse stata rappresentata la possibilità di uno stato di pericolo. Nuove criticità erano state segnalate da Arpat nel giugno scorso, che a settembre era del parere che «il gestore non abbia dimostrato capacità nel tenere sotto controllo i propri livelli emissivi nel tempo; a tal proposito si può sottolineare come le emissioni dell’impianto siano state condotte in maniera incontrollata per i primi otto mesi di esercizio».
Gli scarichi
Ai raggi X anche gli scarichi; secondo il ct della Procura il bypass scolmatore «di fatto scarica i reflui come sono nel Fosso dei Molini e di lì nel fiume Ombrone, senza l’intervento depurativo dell’impianto, nemmeno parziale»; non è nota «la quantità (e qualità) dei rifiuti industriali in ingresso in impianto e pertanto non è possibile stabilire la corretta capacità depurativa dello stesso (differenza tra carico in ingresso e carico e abbattuto e in uscita)» .Irregolarità dello scarico per la presenza di azoto nitroso in eccesso. E per Arpat, da dicembre 2021 a marzo 2022 «il gestore non ha più analizzato i parametri caratteristici del cosiddetto ciclo dell’azoto e di tutte le specie metalliche, adducendo un disguido solo per queste ultime, mentre per le prime non ha fornito alcuna spiegazione». L’azoto riversato avrebbe avuto conseguente pesanti per il Fosso dei Molini e le stime di Adf sarebbero state troppo ottimistiche. Conclude Balestri: «Il Fosso dei Molini è stato completamente trasformato in un lungo scarico sino all’Ombrone, senza più ormai portate naturali a monte dell’ingresso del depuratore, se non i vari afflussi urbani per lo scolo delle acque meteoriche in caso di precipitazioni atmosferiche». E da tutta questa serie di considerazioni il gip ha maturato la convinzione, ai fini della misura cautelare, che «l’inquinamento accertato sia univocamente riconducibile alla qualità dello scarico in uscita del depuratore».
Le conclusioni
Un «quadro allarmante» che consente di ipotizzare, sempre secondo il gip, la sussistenza dell’elemento psicologico, per la piena consapevolezza di AdF. Quanto riscontrato è «la conseguenza di un incremento della produttività dell’impianto a fronte di una incapacità dello stesso di garantire, allo stato attuale, il mantenimento degli standard di depurazione dei reflui in uscita».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
