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Sorgenti potabili, paletti ai Comuni: Santa Fiora chiede un contributo

Francesca Ferri
Sorgenti potabili, paletti ai Comuni: Santa Fiora chiede un contributo

L’Anci appoggia la richiesta del sindaco Balocchi: «Siamo frenati nello sviluppo»

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Santa Fiora A Santa Fiora non si possono interrare i morti. In molte zone non si può allevare bestiame.

Nel cuore sotterraneo del monte Amiata si trova, infatti, il più grande acquifero della regione, la sorgente del fiume Fiora, che disseta tre province: Grosseto, Siena e Arezzo. E questa sorgente va tutelata.

D’altro canto la tutela ambientale della risorsa idrica significa un bel po’ di paletti alle attività umane. Frena, insomma, lo sviluppo. E per questo freno, i territori montani adesso chiedono una compensazione e norme specifiche, non solo per salvaguardare le comunità produttrici di risorsa idrica, ma anche per tutelare una inestimabile ricchezza naturale e ambientale.

È questa la posizione che Anci Toscana ha portato all’attenzione della Regione nei giorni scorsi, durante la seduta della Commissione per le Aree interne del consiglio regionale a cui hanno partecipato i sindaci di Santa Fiora, Federico Balocchi, e di San Romano in Garfagnana – altro comune che disseta le città e la costa – Raffaella Mariani.

Le aree sorgive sono sottoposte a moltissimi vincoli che, come ha spiegato Balocchi, frenano lo sviluppo delle aree in cui si trovano: dagli obblighi di carattere urbanistico, paesaggistico e idrogeologico, allo sfruttamento limitato delle acque nel settore agricolo. Per questo Balocchi chiede che la bolletta dell’acqua preveda una quota, anche simbolica, da destinare ai Comuni che quell’acqua la forniscono.

«Le risorse economiche che chiediamo – dice Balocchi – possono essere raccolte attraverso un prelievo aggiuntivo sulla tariffa dell’acqua, che per l’utente finale avrebbe un carattere poco più che simbolico, ma sarebbe di enorme utilità per le comunità beneficiarie. Risorse che dovranno essere destinate specificatamente a migliorare i servizi e valorizzare i territori» anche con uno specifico fondo.

Non chiamatela, però, gabella. «Al tempo degli etruschi il Fiora era navigabile – dice Balocchi al Tirreno – ma anche 50 anni fa aveva un’enorme portata. Oggi ha 30 centimetri di profondità perché è tutto intubato per fornire acqua alle città e alla costa. E questo fa capire il danno ambientale che ci è stato fatto. Non chiediamo una gabella: si tratta di risorse trascurabili per le aree metropolitane e per i cittadini, ma per noi possono essere vitali». Quanto? È prematuro dirlo. «Oggi si sta parlando di introdurre un principio. Poi si definiranno gli strumenti», dice.

Quella di Anci Toscana è una proposta saldamente ancorata alla legge nazionale in materia di green economy e di contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali. «L’articolo 70 della legge – precisa Mariani – delega al governo l’introduzione di sistemi di remunerazione dei servizi ecosistemici e ambientali di cui siano beneficiari finali i Comuni, le Unioni, le Aree protette».

E dunque, in attesa del legislatore nazionale, le Regioni possono avviare politiche virtuose nel rispetto dei principi fissati dalla normativa. Al momento sembra che la strada sia abbastanza in discesa. «La Commissione Aree interne, con tutti gli schieramenti politici che ne fanno parte, durante l’audizione ha riconosciuto la giustezza della causa», dice Balocchi. l


 

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