Il presidio
Ampliamento dei centri commerciali: «Impedire è possibile, lo decide la politica»
GROSSETO. Davvero in nome della libertà d’impresa un Comune non può evitare che spuntino come funghi nuovi centri commerciali? Dove finisce la libertà d’impresa e inizia la pianificazione urbanistica?
Questa la domanda cardine sul problema del delicato rapporto tra negozi al dettaglio e centri commerciali. Un rapporto che va oltre il commercio e ha implicazioni sociali.
«La legge regionale prevede tre tipi di commercio: vicinato, medie e grandi strutture – spiega la direttrice di Ascom Confcommercio Gabriella Orlando –. Il commercio di vicinato è libero; di negozi di vicinato ne puoi aprire all’infinito. Nella media e grande distribuzione, invece, il testo unico regionale, la legge 23 del 2018, integra le leggi sul commercio con quelle urbanistiche».
Le due materie sono collegate perché, dopo la liberalizzazione, il legislatore ha chiesto alle Regioni di prevedere a livello urbanistico quali aree destinare a cosa, demandando ai Comuni la pianificazione urbanistica.
«Dunque – prosegue Orlando – è vero che non si può vietare di costruire un centro commerciale sul presupposto che “ce ne sono troppi”. Si può però prevedere a livello urbanistico che una determinata area non venga destinata al commercio. E questa previsione, questa decisione, si prende a livello politico».
«Il punto – spiega la direttrice di Confesercenti Gloria Faragli – non è che la grande distribuzione organizzata non debba esistere. Deve però esistere un punto di equilibrio con i negozi di vicinato. Sono le scelte urbanistiche che determinano quelle commerciali: basta che, a livello urbanistico, prevedi che in un terreno non debbano sorgere insediamenti commerciali. Questo è l’abc».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
