Italia
Lo studio InVetta “scagiona” la geotermia. Ma arsenico e tallio vanno ancora indagati
Regione e Ars presentano finalmente i dati dell’indagine epidemiologica per capire l’impatto delle centrali sulla salute
FIRENZE. A cinque anni dall’inizio della raccolta dei dati e a tre dal completamento dello studio, finalmente la Regione Toscana ha reso noti ieri i risultati dello studio InVetta, Indagine di biomonitoraggio e valutazioni epidemiologiche a tutela della salute nei territori dell’Amiata.
Lo studio è stato avviato nel 2017 (19 maggio versante senese e 13 giugno quello grossetano) dall’Agenzia regionale di sanità (Ars) per analizzare la salute degli amiatini e i principali fattori di rischio presenti nell’area della geotermia e per rispondere a una domanda precisa: l’industria geotermica ha ripercussioni sulla salute delle persone che vivono in questa zona? Le sostanze contenute negli sbuffi bianchi causano tumori o altre malattie?
«ARSENICO ENDOGENO»
Secondo quanto emerge da questa indagine la risposa è no. Alcune sostanze cancerogene sono state trovate nel sangue e nelle urine analizzati – arsenico e tallio in particolare – ma sarebbero riconducibili, secondo lo studio, a cause «endogene del territorio non correlate all’attività geotermica», come le ha definite Lucia Turco, direttrice dell’Ars.
«DUBBI FUGATI»
«Finalmente questo studio fuga ogni dubbio e dice con certezza che la coltivazione della geotermia non ha conseguenze sulla salute dei cittadini», ha detto ieri l’assessora regionale all’ambiente Monia Monni durante la presentazione in conferenza stampa a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze.
La Regione sperava proprio in questo risultato, visto che sulla geotermia poggiano le basi dell’energia green della Toscana. «Se fossimo ancora al Granducato – ha detto il presidente della Regione Eugenio Giani – ci potremmo definire oltre il 50% autosufficienti dal punto di vista energetico, di cui il 30% è rappresentato dalla geotermia, e il resto dall’eolico e dall’idroelettrico».
Monni ha ribadito perciò l’intenzione di raddoppiare la potenza geotermica installata in Toscana, sia in Amiata che nell’area classica dei soffioni, Larderello e Colline Metallifere. «Ma – ha aggiunto – non lo faremmo se ci fossero elementi di collegamento tra la geotermia e problemi di salute. Grazie a questo studio oggi affrontiamo questo tema con maggiore serenità».
LO STUDIO NEL DETTAGLIO
L’indagine epidemiologica è stata condotta da Daniela Nuvolone, Giorgia Stoppa, Davide Petri, Francesco Profili, Simone Bartolacci, Mirko Monnini, Emanuele Crocetti e Fabio Voller, in collaborazione con l’Asl e i sindaci dei comuni di Abbadia San Salvatore, Arcidosso, Castel del Piano, Piancastagnaio, Santa Fiora e con i medici di medicina generale.
Vi hanno partecipato 2.060 persone tra 18 e 70 anni, 1.071 campionati dalle liste e 989 volontari, che si sono sottoposte ad analisi del sangue e delle urine, spirometria, misurazione della pressione e hanno compilato un questionario approfondito perché i ricercatori potessero ricostruire la loro storia clinica.
Lo studio, definito da Lucia Turco «il primo del genere a livello europeo», è stato avviato nella primissima versione, non analitica ma ancora solo descrittiva, nel 2007, perché si era osservato che sull’Amiata la mortalità negli uomini era di gran lunga superiore alla media regionale. Il timore, sollevato dagli ambientalisti, era – ed è ancora – che ci fosse una relazione con la geotermia.
I fumi bianchi che escono dalle torri di raffreddamento delle centrali non sono solo vapore acqueo, ma contengono anche sostanze come l’acido solfidrico, che dà il tipico odore di uova marce, l’anidride carbonica, il mercurio, il tallio e altri veleni ancora in varie concentrazioni.
ACIDO SOLFIDRICO
Per quanto riguarda l’acido solfidrico, i risultati non hanno evidenziato associazioni tra l’aumento delle concentrazioni di questa sostanza e l’insorgere di broncopneumopatia cronica ostruttiva, né di asma, bronchite e altre malattie. È emersa, al contrario, una tendenza «protettiva» dell’apparato respiratorio. Non sono emerse correlazioni neanche con malattie cardiovascolari, tumori, problemi per la riproduzioni o malattie croniche.
C’è però un aumento di rischio per l’ipertensione, la cui interpretazione, spiegano gli autori dello studio, è resa difficile dalla notevole quantità di studi recenti che evidenziano, invece, proprio per l’acido solfidrico endogeno vari effetti cardioprotettivi.
ARSENICO E TALLIO
Le indagini sulla presenza di metalli si sono avvalse di 2.034 campioni di urine e sangue in cui sono stati ricercati: arsenico, mercurio, tallio, cadmio, cobalto, cromo, manganese, nichel, antimonio, vanadio e berillio, potenti cancerogeni. L’arsenico nella pipì e nel sangue delle persone che hanno partecipato allo studio è stato collegato non alla geotermia ma alla presenza dell’arsenico nell’acqua potabile in passato. Un dato che, obiettivamente, non rassicura. Si parla infatti di un passato recente, gli anni 2005-2010, ai quali si riferiscono i dati forniti dall’Acquedotto del Fiora e dall’Asl.
Insomma, InVetta certifica che fino a 12 anni fa nell’acqua del rubinetto sull’Amiata c’era arsenico, e che le sue conseguenze si ripercuotono sulla salute degli amiatini anche oggi provocando «malattie respiratorie, cardiovascolari e oncologiche», mentre non sono emerse associazioni con malattie renali e diabete.
Per quanto riguarda il tallio, InVetta lo fa derivare dall’alimentazione, soprattutto di frutta e verdura da orti locali, ma ammette che si tratta di un elemento di novità. Per questo l’Ars ritiene opportuno estendere l’indagine a un possibile ruolo delle emissioni geotermiche.
E, per tallio e arsenico, l’Agenzia regionale di sanità suggerisce, ad ogni modo, di approfondire la ricerca, suggerimento che l’assessora Monni e il collega Simone Bezzini, assessore alla salute, hanno raccolto di buon grado.
Anche perché, come ha rilevato la direttrice dell’Ars Turco, «se per i livelli di mercurio c’è una netta diminuzione, per l’arsenico, nonostante gli interventi fatti per rientrare nei limiti di legge, c’è una sostanziale stabilità e anzi un lieve aumento».
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