Il Tirreno

Grosseto

dopo l’incidente del marzo 2016 

Imprenditore sotto accusa per l’esplosione al diving

Pierluigi Sposato
Imprenditore sotto accusa per l’esplosione al diving

Lesioni colpose e installazione non conforme sono le imputazioni per Amadori La dipendente stava operando sulle valvole a sfera e rimase ustionata

2 MINUTI DI LETTURA





porto santo stefano. Il primo marzo di cinque anni fa l’esplosione dell’impianto di ricarica bombole di un diving aveva causato gravi ustioni, su un terzo del corpo, a una dipendente.

Per questo incidente è sotto accusa Matteo Amadori, 46 anni, fiorentino di origine e abitante a Roma, imputato in qualità di titolare dell’impresa artigiana Martin Sub che aveva realizzato l’impianto di ricarica destinato al Diving Nostromo (della Profondo Blu srl). Non si sarebbe attenuto alle norme di salute e sicurezza sul lavoro nonché alle istruzioni fornite dai fabbricanti. Ed è accusato anche per le lesioni colpose causate a Dharma Nettuno, oggi 43 anni, subito trasportata a Pisa.

Mentre quest’ultima (parte civile con l’avvocato Michele Mensi) ha testimoniato nell’udienza precedente, l’altro giorno è stata la volta di uno dei tecnici della sicurezza sul lavoro dell’Asl intervenuto sul posto, di uno dei carabinieri della stazione di Porto Santo Stefano che aveva compiuto una parte degli atti di indagine e di uno dei dipendenti. Il procedimento è stato aggiornato per sentire l’ingegnere dei vigili del fuoco, i testimoni della difesa e anche lo stesso imputato, assente l’altro giorno all’udienza di fronte al giudice Andrea Stramenga e assistito dagli avvocati Nicola Di Mario e Susanna Caponi.

Quel giorno, secondo il capo di imputazione, la signora Dharma stava operando sulla valvola a sfera e l’esplosione sarebbe stata scatenata dal surriscaldamento dell’ossigeno ad alta pressione nel circuito di ricarica. La Procura (in aula il viceprocuratore onorario Alessandro Bonasera) contesta alla ditta installatrice e al suo titolare una serie di violazioni. L’impianto per la miscelazione dei gas tecnici, composto da una linea ad alta pressione collegata a bombole di elio, una linea collegata direttamente alle bombole di ossigeno e una linea ad alta pressione ad aria, tutte convergenti in clarinetti e collegate tra di loro, sarebbe stato installato con utilizzo di componenti non compatibili con l’ossigeno. Inoltre, sarebbero stati utilizzati, per i collegamenti ai clarinetti, componenti metallici ferrosi in grado di reagire con l’ossigeno puro ad alta pressione. Infine, sempre secondo l’imputazione, sarebbero state installate valvole a sfera espressamente vietate per quel tipo di impianto, perché non sarebbero state in grado di mantenere bassi i coefficienti di flusso durante l’impiego di alta pressione per la miscelazione; non sarebbero state idonee a evitare condizioni di pericolo dovute ad eventuali manovre errate, con conseguente surriscaldamento e con la probabilità di raggiungimento di picchi di temperatura tali da poter determinare inneschi e violente esplosioni. Il locale non sarebbe stato in possesso dei requisiti.

Pierluigi Sposato

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»

di Redazione Pontedera