Il presidio
Albinia e il risveglio dell'orrore: il panico e le grida disperate. «Distraevo i miei bambini mentre l'acqua ci invadeva casa»
Il racconto di chi ha visto l’inferno faccia a faccia nel 2012: coi tetti che sparivano sotto il fango e la gente che lottava per la sopravvivenza
ALBINIA. Il 12 novembre del 2012 doveva essere un lunedì come tanti. Un giorno di normale routine quotidiana. Per Moira Piomboni, oggi 47enne, per la sua famiglia, e per altre centinaia che vivono nella campagna di Polverosa, però, non fu così. Quel giorno successe quello che mai avrebbero immaginato. Il risveglio di Moira - nel cuore della notte - fu un incubo. «Sentii un urlo - racconta - era mia suocera. Pensavamo che si fosse sentita male. Mio marito Paolo allora scese al piano di sotto per poi andare a vedere cosa fosse successo alla mamma. Aprì la porta e la corrente dell’acqua lo buttò a terra». Furono momenti concitati. Moira era rimasta al piano di sopra dove dormivano i suoi due bimbi. Matteo, che avrebbe compiuto due anni la settima successiva, e Asia, di cinque anni. Sentendo le grida del marito Moira capì che stava succedendo qualcosa di brutto. Ma non pensava a un’alluvione. Uno di quei disastri di cui senti parlare al telegiornale.
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«Scesi le scale e vidi mio marito che cercava di chiudere la porta con tutta la sua forza. Nel frattempo mi gridò di tornare dai bimbi per farli stare tranquilli». Il racconto di Moira è pacato. Dalle sue parole si capisce, però, che tutto quello che sta raccontando è come se lo avesse appena vissuto. Ogni attimo di quei terribili momenti è scolpito nella sua mente. Impresso nei suoi occhi. Era buio e non si riusciva a vedere. Nessuno si rendeva conto di quello che stava accadendo: l’Albegna aveva rotto i suoi argini e una valanga di fango stava invadendo tutto. Le case, le vite di molti degli abitanti di Polverosa. «Andò via la luce - continua - io cercavo di far stare tranquilli i bimbi. Accendemmo una candela e ci mettemmo a giocare con un puzzle. Nel frattempo Paolo era riuscito a chiudere la porta ed era salito al piano superiore. A un certo punto sentimmo un rumore sordo e forte: una pressa di fieno era arrivata davanti alla porta di casa. La forza dell’acqua l’aveva aperta e sentimmo che di sotto tutto veniva travolto». Moira ricorda ogni rumore di quella mattina: tutto quello che la corrente fortissima trasportava sbatteva prima contro la casa, poi contro il capannone, che minuto dopo minuto andava sott’acqua sempre di più.Moira e suo marito capivano che erano davanti a un disastro. La consapevolezza, però, arrivò solo all’alba. «Vidi l’immensa distesa di acqua marrone - aggiunge Moira - e soprattutto mi resi conto che in un campo vicino casa c’erano due persone che chiedevano aiuto».
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La loro macchina era stata travolta dall’ondata di piena. Madre e figlio che stavano andando al lavoro a Marsiliana supplicavano aiuto. La donna, portata poi in ospedale, è morta dopo circa un mese dall’alluvione. «La cosa peggiore - dice Moira - è che noi non potevamo fare niente per loro. Per moltissimo tempo, ogni volta che chiudevo gli occhi, li vedevo davanti a me che chiedevano aiuto». Piomboni chiamò i vigili del fuoco. Una volta risposero. Poi non riuscì più a parlarci. L’acqua continuava a salire. Durante le prime ore della mattina, a casa di Moira arrivò un mezzo anfibio che portò tutti in salvo. Loro, le altre famiglie vicine e i due travolti dall’acqua che gridavano disperati. Moira e la sua famiglia furono portati al palazzetto di Neghelli. I bimbi visitati. Lei non tornò subito a casa. «Ricordo le tante persone che ci hanno aiutato, gli angeli del fango grazie ai quali siamo ripartiti».La casa di Moira, anche se in maniera più lieve, ha subito una seconda alluvione nel 2014. Nel 2019 per poco il fiume non è esondato di nuovo. «Non possiamo vivere così. A ogni allerta portiamo le cose importanti al piano di sopra. Quello che proviamo lo capiamo solo noi», dice. Oggi, a distanza di nove anni, nessuno ha dimenticato. Nessuno, lì dove l’acqua distrusse tutto, è rimasto lo stesso.
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