Il presidio
Se le scarpe chiodate si portano come una divisa, allora si vince
L’ex atleta oggi farmacista Carlo Ronconi racconta gli allenamenti del maestro Alfio Giomi
IL RACCONTO
«Ho corso dentro alla maglietta di Jacobs, poi la staffetta con Patta, Desalu e Tortu, riconoscendo nella falcata e nel loro cuore l’impronta inconfondibile di Alfio Giomi». Carlo Ronconi, il farmacista degli sfondoni raccolti nel libro “A sirene spietate”, l’uomo sempre sorridente dietro al bancone della farmacia Severi, è stato anche un atleta di livello negli Anni ’70 e, insieme alla velocista grossetana Angela Sclano, tra i primi ad essere allenati da Giomi. Ed è stato anche tra i primi a telefonare al suo maestro per congratularsi con lui, dopo la travolgente vittoria nella staffetta, perché nelle medaglie d’oro che l’atletica ha regalato all’Italia c’è tanta, ma tanta Maremma.
C’è la mano di Alfio Giomi, il grossetano che ha costruito passo dopo passo la squadra del sogno olimpico, fino al 31 gennaio 2021 quando ha lasciato la presidenza della Fidal. Lo ha ricordato anche Sara Simeoni, nella trasmissione di Rai Due “Il circolo degli anelli” interamente dedicata, venerdì sera, agli ori olimpici della giornata. «Ho chiamato Alfio, in preda a un’emozione incontenibile da cittadino e da ex atleta, per esprimergli il ringraziamento per quanto ha fatto per lo sport e per tutti noi. Lui, partito dalla provincia, che con il suo costante lavoro silenzioso ha investito energie e tanto cuore nella preparazione degli atleti, ma soprattutto nella loro formazione umana», racconta Ronconi, in pista dal’72 al’78, campione italiano dei 100 metri nel’75, un record imbattuto di 5’’41 sulle 50 yard indoor, corse in una pista sotto un condominio a Piombino, che non arrivava a 50 metri – ecco perché le yard – e finiva con un muro di materassi.
«Quando ho iniziato a fare atletica, insieme a Angela Sclano, al campo Zauli le piante non superavano il metro e mezzo di altezza. Giomi ci allenava, ma soprattutto ci insegnava che si corre con le gambe, con la testa e, quando non basta, con il cuore. Per questo ho riconosciuto la sua scuola nel traguardo di Tortu, mi sono rivisto nella spinta del cuore che serve quando la differenza tra il primo e il secondo la fanno i centimetri. Mi è capitato lo stesso ai campionati italiani del 1975, quando ho tagliato il filo di lana un attimo prima del mio avversario (l’arrivo nella foto, ndr). Giomi sa riconoscere la stoffa e sa avere pazienza. Come faceva con noi allora, lo ha fatto per tutti gli altri che ha visto battere le piste. Osservare la perfezione della squadra nella staffetta di venerdì, l’affiatamento, l’amicizia di quei quattro ragazzi, mi ha sparato di un botto a quegli Anni’70, quando anche io, nella nazionale di atletica, ho fatto parte del 4x100. Ho visto gli insegnamenti di Giomi in questo modo di intendere l’atletica e lo sport in generale. Una lezione di vita che da allora non ho dimenticato e mi porto dentro. È così dal primo giorno che ho messo le scarpe chiodate – conclude Ronconi – e quell’uomo taciturno e deciso, appena all’inizio della sua carriera, mi ha insegnato a portarle come una divisa, dalla quale in fondo non ci si separa mai».
Lina Senserini
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