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Gessi rossi nella cava di Montioni Per Arpat e Regione è tutto regolare
Il direttore dell’Agenzia per l’ambiente Mossa Verre smonta le affermazioni della commissione parlamentare anti-mafia
Massimiliano Frascino
follonica. Toni morbidi e massima disponibilità ad approfondire gli argomenti tecnici nella forma, ma nella sostanza l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat) e la Regione respingono al mittente le accuse sulla gestione del ripristino ambientale nell’ex cava di quarzite di Montioni contenute nella relazione della Commissione parlamentare antimafia, che nei mesi scorsi avevano suscitato un aspro dibattito politico.
In estrema sintesi, ha spiegato il direttore tecnico di Arpat Marcello Mossa Verre, «il sito di Poggio Speranzona (a Montioni) individuato per la destinazione dei “gessi rossi” è stato scelto proprio per le sue caratteristiche di ex cava con una specifica idrogeologia e geochimica, con presenza in profondità di acque di tipo termali e geotermiche». Sito compatibile con lo stoccaggio dei gessi chimici ricavati dall’inertizzazione dell’acido solforico con la “marmettola”, così si chiama il materiale di risulta dell’estrazione e/o segagione del marmo dalle cave di Carrara, ovvero carbonato di calcio.
Quanto all’altro corno del problema, ovvero sia la presenza di concentrazioni elevate di cromo e vanadio, Mossa Verre ha specificato che «era cosa nota, ma che questo deve essere messo in relazione sia al tipo di sito individuato, sia con il fatto che questi metalli sono molto stabili e non si disperdono nell’ambiente per “eluizione” a contatto con le acque superficiali, come hanno dimostrato i monitoraggi fatti in tutti questi anni attraverso i piezzometri. Tutte le analisi dicono infatti che c’è stabilità dei traccianti nelle acque».
L’eluizione è il processo chimico che trasforma in soluzione una sostanza trattenuta da un mezzo assorbente, come in questo caso sono i gessi rossi.
Sotto il profilo politico, l’assessora regionale all’ambiente Monia Monni ha tenuto a ribadire «il rispetto delle norme di legge nell’autorizzazione al ripristino ambientale, avvenuta con procedura ordinaria e non semplificata. Il che ha comportato analisi preliminari molto approfondite sullo stato dei luoghi».
Dopodiché ha precisato che la Regione «pur essendo impegnata a salvaguardare i livelli occupazionali garantiti dall’attività industriale legata alla produzione di biossido di titanio nella piana di Scarlino, con 500 addetti diretti e oltre mille persone impiegate nell’indotto, è anche decisa a ottenere da Venator la riduzione degli scarti di lavorazione del suo ciclo produttivo. Perché sarebbe insostenibile nel lungo periodo trovare sempre nuovi siti di stoccaggio con caratteristiche adeguate».
E ha annunciato «entro il prossimo settembre un incontro con i dirigenti di Venator per valutare le loro proposte».
Ad oggi, per quel che è dato sapere, Venator punta molto sull’impianto termico di essiccazione del solfato di calcio in attesa di autorizzazione, per arrivare alla riduzione dell’umidità del gesso rosso e quindi del suo volume. Un prodotto “green” dell’economia circolare che la Ferro Duo (multinazionale tedesca che collabora con Venator, ndr), venderà soprattutto ai cementifici, ma anche a imprese produttrici di fertilizzanti e di cartongesso.
Il prossimo passaggio sarà l’illustrazione del rapporto di Arpat – 26 pagine più gli allegati tecnici – in sede di Commissione ambiente del comune di Follonica, che dovrebbe avvenire a giorni.
Venendo alla relazione di Arpat, come ha sottolineato il direttore tecnico Marcello Mossa Verre, «l’agenzia ha effettuato una valutazione del “punto zero” del sito di Montioni, rilevando fra gli altri la presenza cospicua di solfati, ferro, manganese, stronzio e litio, così come solfati e cloruri ci sono sempre stati nelle acque termali sotterranee».
Peraltro, come c’è da aspettarsi in un’ex cava attiva dal 1474 per l’estrazione di allume, caolino e infine quarzite, collocata in «un‘area di anomalia geotermica».
La conclusione è che «allo stato attuale il monitoraggio non presenta indicazioni tali da evidenziare un’influenza del gesso utilizzato nell’opera di recupero ambientale sulle acque sotterrane».
La falda termale, inoltre, «è a quota 90 metri sul livello del mare, mentre la quota più bassa della cava è a 155. Con uno strato di roccia che li separa di oltre 60 metri». –
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