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L’alba di sangue dell’eccidio fascista Cento anni dopo una ferita ancora aperta
Nella comunità di Roccastrada è ancora viva la memoria piena di dolore della spedizione punitiva con due camion Una carneficina, dieci vittime: i primi a cadere erano stati padre e figlio, Tommaso e Guido Bartaletti, al Podere di Bello
gli eventi
GABRIELE BALDANZI
Ci sono storie che una comunità non può dimenticare. Neanche dopo 100 anni. E di solito sono storie di sangue, di dolore.
Questa è una storia di violenza, che produce sangue e dolore. All’alba del 24 luglio del 1921, due camion con a bordo 46 squadristi fascisti, in prevalenza grossetani e fiorentini, si dirigono verso Roccastrada. Prima di giungere in paese, al bivio che i roccastradini chiamano Il Terzo, lasciano i mezzi e proseguono a piedi. Per strada i fascisti incontrano due contadini, uno è Bettone, all’anagrafe Benedetto Biagioni. È alto, robusto, ma non gli basterà per sfuggire alle botte. I giovanotti lo accerchiano e lo colpiscono con calci e pugni: «Dagli a i’grosso», urlano con accento fiorentino. I fascisti salgono verso il paese da due punti diversi: un gruppo entra dal Cerusico (cosiddetto perché ci stava la bottega del barbiere), un altro dal Pino. Nessuno ha il coraggio di pararsi davanti a quella masnada nera, che impone – a chiunque si azzardi ad affacciarsi alla finestra – l’esposizione del Tricolore. Gli atti del processo dettagliano le scorribande in modo puntuale. Nel mirino finisce subito la sede della cooperativa, che si trova proprio di fronte all’abitazione del sindaco Natale Bastiani.
Bastiani riesce a fuggire. Alle 7 del mattino, con il sole già alto, dopo due ore di devastazioni e libagioni, i fascisti si rimettono in marcia in direzione di Sassofortino. Nel mentre, però, alcuni Arditi del popolo (filocomunisti), si sono appostati al Deposito dell’acqua, all’uscita del paese, a nord, in attesa del passaggio di quei prepotenti. Sono tre gli spari in direzione dei camion. Seguono momenti di smarrimento. Pare un agguato. È un agguato. Ivo Saletti viene colpito e ucciso.
Da questo momento in poi c’è una sola regola d’ingaggio per il capo squadrista Dino Castellani: la vendetta, la rappresaglia mediante decimazione: uno di noi, dieci di loro. Una squadra di fascisti avanza sparando verso il Deposito dell’acqua, un’altra verso il Podere di Bello. Intanto la strada è troppo stretta per la manovra di inversione dei camion; il secondo, quello che contiene – nel cassone – il corpo di Ivo Saletti (subito coperto dal tricolore), ripercorre – in retromarcia – la strada fino a piazza Tagliavacche. L’ordine è cercare gli aggressori, stanarli, vendicarsi. I primi a cadere sono Tommaso e Guido Bartaletti, padre e figlio, 58 e 28 anni, militanti repubblicani, che abitano proprio al Podere di Bello; a Guido viene dato il colpo di grazia tra le braccia della madre Maddalena. I fascisti poi proseguono lungo la via del Convento. In un campo vicino c’è un pastore con le sue pecore: è Antonio Fabbri. Ha 68 anni. Non ha mai fatto male a una mosca. Gli sparano da breve distanza e lo uccidono.
Nel frattempo Giuseppe Regoli, che ha riconosciuto, tra gli squadristi, un ragazzo di Montepescali, un pretendente respinto di sua figlia Lorenza, corre nella piazzetta del Convento dove abita, per proteggerla. «Ma gli serve a poco – come racconta la nipote Lia Rossi – lui viene ucciso, ma salva la figlia». Dopo aver trucidato Regoli, i fascisti proseguono verso la locanda Il Sole, dove incontrano il 39 enne Francesco Minoccheri. È Luigi, il pronipote, che oggi testimonia come andarono le cose. All’esecuzione del Minoccheri assiste, dalla sua finestra, Renato Checcucci. Lo stesso Checcucci – poco prima – aveva visto alcuni roccastradini armati andare verso il Deposito, e rivolto alla moglie Algisa le aveva detto preoccupato: «Se questi sparano, Roccastrada oggi verrà distrutta».
E aveva ragione. I fascisti vedono Checcucci affacciato alla finestra al momento degli spari indirizzati al Minoccheri, così salgono le scale entrano in casa e lo ammazzano. Davanti alla moglie Algisa Filippini, che ha sposato da appena tre mesi e che è incinta. Renato aveva festeggiato il ventitreesimo compleanno il giorno prima. Il racconto, esattamente in questi termini, è del nipote Alberto.
Ma la carneficina non finisce qui. Davanti al Municipio le squadre incontrano Angelo Barni, pensionato, celibe. Sta andando con il tascapane in campagna. Lo ammazzano come un cane, sulla strada. Nella piazza, poco più avanti, è appena uscito di casa Giovanni Gori. Sparano anche a lui, un anziano indifeso. Morirà 15 giorni dopo in ospedale, a Grosseto. Con un filo di voce, al giudice che lo interroga, dirà che non è interessato a sporgere denunzia.
Ora i fascisti proseguono verso il borgo, dove abita Vincenzo Tacconi, anarchico, zoppo dalla nascita, una delle migliori teste del paese. Tacconi si è rifugiato nella soffitta dei vicini di casa, i Cantini. I fascisti minacciano di dar fuoco alla casa. A quel punto Vincenzo si arrende, scende le scale e davanti al portone del palazzo viene letteralmente fucilato. «Mio padre ricordava sempre il lenzuolo bianco e la stampella di legno che spuntava da sotto. Era un bambino nel 1921». Sono parole di Adriana Tacconi, la nipote. Dopo l’esecuzione di Tacconi, i fascisti incendiano diverse case e botteghe.
Intanto, in Poggio, le persone hanno abbandonato le case. Temono per la loro vita. Anche chi ha simpatie fasciste, nazionaliste. Tra loro c’è il muratore Luigi Nativi, 37 anni, che ha fatto scappare in campagna – con altri compaesani – il figlioletto Venanzio. Lui invece è tornato indietro a prendere la coccarda tricolore, pensando che rappresenti un lasciapassare. Ma quando incontra i fascisti – sono due, armati – le cose vanno diversamente. Una testimonianza, ricca di dettagli, è quella di Maria Nativi, figlia di Venanzio, il bambino sfuggito alla strage. È questa la decima e ultima vittima. La mattanza si conclude alle 11. A quell’ora le fiamme divorano 17 abitazioni di Roccastrada. Si sentono le urla dei familiari degli uccisi.
Fino al 1943 una croce ricordava l’uccisione di Saletti alla curva dell’Olmino. Oggi, per scelta, non ci sono targhe o croci nel luogo dell’innesco di questa drammatica pagina di storia. È passato un secolo da quella giornata. La comunità di Roccastrada non intende dimenticare. —
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