Il presidio
Triste che serva una legge per l’ovvio ma oggi il sì alla legge Zan è necessario
Diego, 29 anni, operatore della Fondazione Il Sole, è nato Claudia. Poi, sei anni fa, la transizione per diventare se stesso
la testimonianza
massimiliano
frascino
«Mi auguro davvero che il disegno di legge Zan venga approvato dal Senato. Ma in realtà mi dispiace che occorra arrivare a una legge per tutelare le persone transgender come me, quelle con orientamenti sessuali diversi o quelle con disabilità. Per proteggerle da fenomeni di violenza, discriminazione o prevaricazione motivati dalla loro “devianza” rispetto agli standard prevalenti. Dovrebbe essere naturale vedersi riconosciuta la propria libertà di scelta. Significa che le cose si stanno mettendo veramente male. È come se in una città si dovessero mettere semafori a ogni incrocio, perché nessuno è in grado di rispettare la precedenza».
La decisione di passare il Rubicone per affermare quella che sentiva come la propria intima identità l’ha maturata a 23 anni, e l’anno successivo ha iniziato il suo percorso di transizione.
Diego Lulli, che in un’altra vita si chiamava Claudia, oggi di anni ne ha 29 ed è una persona serena e consapevole di ciò che ha affrontato per arrivare dove sentiva di voler stare. Felice della propria vita e del proprio lavoro di operatore sociosanitario alla Fondazione Il Sole.
«Il rispetto per le scelte che una persona fa – spiega – dovrebbe partire dalla famiglia ed essere trasmesso come modello di comportamento nelle scuole. Non mi piace sentirmi patrimonio dell’Unesco, ma se questa è la situazione, per dare sostanza ai diritti riconosciuti dalla Costituzione è assolutamente necessario che il ddl Zan diventi legge dello Stato. Perché il rispetto è la base della convivenza sociale».
Il tema più spinoso, che spaventa le persone, è quello dell’identità di genere. Perché si dà per scontato che i bambini siano come un foglio bianco, quindi condizionabili e indirizzabili.
«Sin da piccolo – chiarisce Diego – mi sono sentito un pesce fuor d’acqua rispetto alle distinzioni in base al sesso di giochi e modo di vestire. Da bambina ho sperimentato gli stereotipi femminili, ma non mi sono mai riconosciuto nel genere femminile. Per questo mi piacerebbe che nelle scuole si insegnasse ad avere rispetto. Parlo per come l’ho vissuta io: un bambino non dev’essere condizionato, ma messo in condizione di scegliere. Se una bambina non vuole il grembiule bianco col fiocco rosa o gli piacciono le macchinine, va assecondata. Un bambino deve stare bene. Poi nella vita può scoprire che gli piace cucinare, ma non necessariamente perché è una cosa da donna».
Conseguenza del chiarimento maturato rispetto all’identità di genere è la cosiddetta “transizione”, che comporta più passaggi.
«La transizione vera – dice Diego – avviene nel momento in cui capisci il motivo del malessere che provi rispetto alla tua identità, e compi la scelta psicologica che ti fa trovare serenità. I passaggi farmacologici con le cure ormonali e quelli chirurgici sono una conseguenza. Io oggi mi sento in pace con me stesso. In famiglia è stato difficile all’inizio, soprattutto perché non riuscivo a focalizzare chiaramente i motivi del mio disagio, e all’inizio non sapevo come comunicare coi miei familiari. Poi tutto si è chiarito, ed è stato determinante poter contare sul servizio sanitario pubblico, dove ho trovato persone competenti e comprensive. Prima per le psicoterapie, poi per le tappe successive».
Diego si sente fortunato, perché rispetto ad altri non ha mai subito discriminazioni o comportamenti aggressivi. Anche sul posto di lavoro alla Fondazione Il Sole, dove è in organico da tempo come operatore.
«So bene che nel Paese ci sono problemi. Ma io alla Fondazione ho trovato un ambiente e persone alle quali sono grato – racconta – perché non mi hanno mai messo in difficoltà, e sono state mie complici nei momenti delicati. Comprese le persone con disabilità e i loro genitori. Anche i miei amici mi hanno sostenuto e non ho avuto delusioni».
Subito dopo racconta un aneddoto esemplificativo: «Quando ho iniziato la mia transizione ero già alla Fondazione. Il primo colloquio a Careggi l’ho avuto mentre stavo svolgendo il servizio civile. Ricordo come fosse ora che ero nervoso e avevo un po’ paura, ma fui tranquillizzato dalla responsabile alla quale mi ero rivolto, che mi disse di stare sereno perché era una cosa importante per la mia felicità. Non ho mai avvertito ostilità ma il contrario, e ne sono orgoglioso. Oltretutto faccio un lavoro che mi piace davvero».
A fine chiacchierata Diego auspica a Grosseto un ritorno di protagonismo dell’associazionismo: «Io ero nel consiglio direttivo di ArciGay, poi lasciai a un altro associato per motivi di lavoro. Ma poco dopo il circolo fu sciolto. Il ruolo delle associazioni è però utile: anche solo avere un numero di telefono cui rivolgersi, un punto d’accesso dove trovare un sorriso o qualcuno che ti ascolta, in certi momenti della vita è determinante. Per un periodo negavo me stesso stringendomi il petto con delle fasce fino a respirare con affanno per non apparire femminile. Se avessi avuto un confronto con persone competenti, avrei avuto molto meno sofferenze e avrei affrontato prima la transizione. Per questo mi auguro in città nasca almeno un collettivo che si occupi di educazione, rispetto e tutela diritti». —
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