Il Tirreno

Grosseto

l’udienza 

«Non l’ho mai picchiata, l’Islam non c’entra nulla» La zia si difenderà in aula

Francesca Gori

3 MINUTI DI LETTURA





Francesca Gori

grosseto. Non indossa il niqab ma nemmeno l’hijab, due diversi tipi di velo della tradizione musulmana. Il primo lascia scoperti soltanto gli occhi, il secondo serve a coprire la testa e svelare tutto l’ovale del volto. Il velo, lei, lo indossa come un turbante. La sessantunenne di origini irachene rinviata a giudizio con l’accusa di maltrattamenti nei confronti della nipote ventenne, difesa dall’avvocata Sabrina Pollini, ha scelto di farsi processare con il rito ordinario. «Sarebbe stato impossibile nel corso di un abbreviato sentire tutti i testimoni – spiega il difensore della donna – fondamentali in questa vicenda per ricostruire quanto successo». È stata la ragazza, nell’agosto di due anni fa a scappare da casa dopo una lite con la zia che l’avrebbe picchiata tirandole dei colpi con i sandali sulle gambe, perché era uscita da sola per fare una passeggiata, raccontando alla donna che sarebbe stata in compagnia di un’amica. Una bugia detta per conquistarsi uno spicchio di libertà, ha spiegato la giovane alla polizia, dopo essere stata al pronto soccorso.

«Non l’ho mai picchiata – ha detto la donna al suo difensore – L’ho qualche volta redarguita perché in casa non dava mai una mano a rimettere in ordine, perché non mi aiutava». Sono due versioni diametralmente opposte quelle sostenute dalla ragazza, che ha denunciato nove anni di soprusi da parte della zia accusata di non volerla far vivere come le sue amiche, di non darle il permesso di andare al mare per non farle indossare il costume. E di non permetterle nemmeno di andare in biblioteca per studiare con le amiche. Cose troppo occidentali per la zia, ha detto la giovane, assistita dall’avvocata Marta Feri.

La sessantunenne è arrivata in Italia quando la nipote aveva quattro anni, con un permesso per motivi umanitari. Con loro c’era anche il fratellino della bambina che aveva bisogno del trapianto di midollo. Fu la piccola a donarlo.

Da allora, i due bambini sono cresciuti con la zia che in Iraq si era laureata e che era stata scelta dalla sua famiglia proprio per dare una speranza ai due nipoti.

La ragazza, negli anni precedenti a quella lite con la zia e al suo allontanamento da casa, non aveva mai detto a nessuno che la sessantunenne la maltrattava. «Non l’ho detto ai miei genitori perché non mi avrebbero creduta», ha spiegato ai poliziotti. E non lo ha detto nemmeno agli assistenti sociali e agli psicologi che la seguivano. Ne aveva però parlato con un suo insegnante, un professore con il quale si era confidata e che la sera in cui era uscita da casa e si era rifugiata in un bar, l’aveva accompagnata al pronto soccorso. Il processo si aprirà a gennaio e sarà il giudice a stabilire se la ragazza sia stata maltrattata perché non voleva rispettare i dettami dell’Islam. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il caso

Lucca, botte e insulti razzisti al professore scambiato per il compagno della ex

di Pietro Barghigiani