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Gessi rossi, otto «no» al progetto Pietratonda

Lina Senserini
Gessi rossi, otto «no» al progetto Pietratonda

La Regione Toscana rende pubblici i verbali finora riservati Barocci: «Dimostrano che Confindustria si sbagliava»

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Lina Senserini

Campagnatico. A poco più di un mese e mezzo dalla conferenza dei servizi che ha mandato in soffitta il progetto di ripristino delle ex cave di Pietratonda usando oltre un milione di tonnellate di gessi rossi, la pubblicazione del verbale dei lavori rivela ulteriori dettagli.

Quello che la Regione ha reso pubblico, infatti, riguarda anche la fase “a porte chiuse” cui potevano partecipare solo uffici regionali, enti e pubbliche amministrazioni competenti, ma non ad esempio comitati e rappresentanze di cittadini, corredato di tutti i pareri trasmessi in allegato. Dunque, il quadro è ora più chiaro, segnala Roberto Barocci del Forum ambientalista di Grosseto, che riprende i contenuti del verbale per una doverosa necessità di precisazione.

«Come è noto – scrive Barocci – la conferenza si è conclusa con un parere negativo, ma ora, con la pubblicazione anche dei pareri degli uffici tecnici come parte integrante del verbale, si ha un quadro ben diverso da quello rappresentato dai dirigenti Venator, l’azienda che produce biossido di titanio a Scarlino dai cui scarti derivano i gessi rossi, che hanno avviato un ricorso al Tar contro il parere negativo annunciato dalla Sovrintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per motivi paesaggistici. Questi pareri, tutti negativi, sono stati citati nella parte della conferenza a porte chiuse e oggi, dalla loro lettura, emerge con certezza che le affermazioni di Confindustria, che ha addossato agli ambientalisti le responsabilità di un fallimento, sono errate. La responsabilità è solo di chi ha sostenuto un progetto che si è dimostrato largamente lacunoso, pericoloso e sbagliato», aggiunge Barocci.

Il verbale ricorda come il progetto iniziale del 16 luglio 2019, che ha avviato il procedimento di valutazione, è stato poi integrato con nuova documentazione tre volte nel 2020 e altre cinque volte nel 2021, fino al 19 marzo scorso. «Ciononostante, scrive l’Autorità di bacino nel suo ultimo parere, deve ancora essere approfondita la “vulnerabilità dell’acquifero profondo nell’area d’intervento, attraverso valutazioni specifiche su spessore, permeabilità ed eventuale presenza di vie di infiltrazione preferenziale nei terreni di copertura e anche in riferimento agli affioramenti calcarei a est-nordest del lago dell’Incrociata”», riporta Barocci.

E, sempre citando il verbale, aggiunge che sugli stessi temi, anche l’Arpat conferma le richieste di chiarimenti e integrazioni. «Negativi sono anche i pareri di altri tre settori regionali come Miniere, Rifiuti, Tutela della natura, oltre al Genio civile che rammentano le loro richieste di integrazioni non soddisfatte dalla proprietà delle ex cave, Accornero spa, che ha presentato il progetto. Infine, hanno confermato i loro pareri negativi la Sovrintendenza e il Comune di Campagnatico».

In sintesi, sono stati ben otto dirigenti pubblici, dopo quasi due anni di accertamenti, a dichiarare che quel progetto non poteva essere accolto, conclude Barocci. —

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