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In 30mila chiedono il Parco: "Occasione unica di sviluppo"

Francesca Ferri
In 30mila chiedono il Parco: "Occasione unica di sviluppo"

La petizione lanciata da Universo Amiata e altre associazioni vola sul web. La presidente Mazza: "È un’idea positiva e moderna che porta benefici a tutti"

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MONTE AMIATA. Non una boutade su Internet, ma una proposta ragionata. Non una provocazione, ma un’idea per lo sviluppo del territorio. Non una “gabbia”, ma un percorso per salvaguardare la natura, far cessare gli abusi e, allo stesso tempo, creare un marchio che qualifichi ancora di più la montagna, le sue destinazioni turistiche e i suoi prodotti.

I proponenti

La proposta di creare un Parco nazionale dell’Amiata marcia solida verso le 30mila adesioni (ieri pomeriggio era a quota 29.169). Tante sono le firme raccolte con una petizione sul portale change.org lanciata pochi giorni fa da Comitato salvaguardia Ambiente del monte Amiata, associazione Universo Amiata, Amiata Eco, associazione culturale Per una Cultura del territorio, con l’adesione di Italia Nostra regionale, Pro Natura Firenze, Gufi (Gruppo unitario per le foreste italiane), Booking Amiata, Centro parchi internazionale.

Bosco in pericolo

Tutto parte da una delle attività più longeve dell’Amiata, il taglio del bosco, da tempo monitorato da Universo Amiata. L’associazione è nata nel 2018 ad Abbadia San Salvatore e conta un centinaio di soci di ogni età e di ogni settore, perlopiù del versante senese della montagna ma con rappresentanti anche nel Grossetano (www.universoamiata.org). Presieduta da Irene Mazza, 35 anni, laureata in Scienze naturali, l’associazione ha, tra le sue principali attività, la ricognizione del territorio boschivo e l’aggiornamento delle informazioni sullo stato dell’ambiente grazie anche alle segnalazioni che riceve da parte di associati e non. E da tempo osserva non di rado a tagli dei boschi con modalità che appaiono in taluni casi non rispettare le leggi e i regolamenti.

«A fine aprile – dice Mazza – ci ha contattati un signore di Pisa che voleva donare 50 euro all’associazione. Ci disse che in passato veniva spesso in villeggiatura sull’Amiata, ma che, da otto anni, non veniva più perché ogni anno vedeva il bosco sparire sempre di più e lui ne soffre troppo».

Il bosco ricopre 8.300 dei 62mila ettari dell’Amiata. Il territorio, spiega l’associazione sul suo sito, è soggetto a vincoli naturalistici e paesaggistici ai sensi della legge 1497 del 1939 sulla “Protezione delle bellezze naturali” (codice vincolo 243-1959). «Gli abbattimenti boschivi in questione – dicono da Universo Amiata – tendono a non rispettare le regole sancite nella legge forestale regionale 39 del 21 marzo 2000 e in particolare l’articolo 85 (capo IV) che impone che i tagli non interferiscano negativamente sul libero deflusso delle acque e/o sulla stabilità dei suoli, con obbligo di ripristino o revoca della concessione». Controlli e multe non hanno, finora, garantito il rispetto del territorio.

Danni ambientali

Le conseguenze sono nefaste. «All’interno dei boschi tagliati – dice l’associazione – le strade e i fossi sono frequentemente abbandonati a loro stessi, pieni di tronchi e ramaglie che, formando ostacoli (dighe), impediscono il deflusso delle acque nei canali di scolo, ostacolando l’agibilità delle strade principali e secondarie. Poco o nulla sostanzialmente ripiantando, oltre ai generali danni all’ecosistema, l’assetto idrogeologico è divenuto oggettivamente precario». Danni come quelli che si sono presentati ad Abbadia San Salvatore, nell’agosto 2019 quando un forte temporale fece esplodere l’impianto fognario, spaccando l’asfalto e costringendo a chiedere lo stato di calamità.

«L’Amiata è una zona sovrasfruttata dal punto di vista delle risorse – spiega Mazza – in particolare per la silvicoltura. L’entità dei danni, in generale, non è diagnosticata dal punto di vista legale, ma è sotto gli occhi di tutti. La situazione deve cambiare. Non si può pensare che, con gli ecosistemi e con il clima che mutano, la gestione della montagna resti quella di decenni fa».

Un parco per lo sviluppo

Secondo l’associazione l’unico modo per correre ai ripari è la creazione di un Parco nazionale dell’Amiata. Una proposta sulla quale al momento le amministrazioni comunali non si sono per lo più espresse, mentre hanno dato giudizio negativo Lega e Italia Viva, che ritengono quella del parco una scelta «anacronistica» che imbriglierebbe lo sviluppo.

«Quella del Parco nazionale non è affatto una scelta vincolante e retrograda, ma tutto il contrario – dice Mazza –. È un’idea positiva e moderna se vogliamo che la zona sia gestita in linea con quanto chiede l’Europa. Le persone forse non sanno che un parco nazionale non ha gli stessi divieti in tutte le sue aree. Ci sono zone più protette e altre che sono zone cuscinetto, ad esempio vicino agli insediamenti». Un Parco nazionale, o regionale, non rende, insomma, il territorio intoccabile. In un Parco possono trovare spazio l’impresa turistica, quella agricola e altre.

Un marchio Parco Amiata

«Si creerebbe una sinergia con l’ambiente – spiega Mazza – e si creerebbe un marchio che le aziende potrebbero spendere per i loro prodotti, ricavandone più visibilità, come è successo con il Parco nazionale dell’Abruzzo». Per accedere alle zone più delicate, inoltre, sarebbero necessarie delle guide «e si creerebbero dei posti di lavoro per i giovani». Non a caso l’idea di creare un Parco Nazionale dell’Amiata non è nuova. Molte associazioni che sostengono l’idea hanno storie ventennali di proposte di Parco.

Un altro vantaggio sarebbe quello di avere una regia unica per un’Amiata che, da sempre, è spezzettata in una miriade di Comuni, divisa tra due province e che fatica a trovare unità amministrativa.

«Il nostro obiettivo è far capire alle persone che un Parco nazionale dell’Amiata sarebbe una cosa molto positiva – spiega Mazza – e per questo adesso serve un progetto: individuare le aree a maggiore protezione, definire le aree cuscinetto e così via». L’associazione è già al lavoro e chiama a raccolta esperti che possano contribuire a dare una mano. —

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