Ergastolo confermato a Bilella in tutti i gradi di giudizio
Il pensionato era stato incastrato da una macchia di sangue della donna nel bagagliaio della sua auto
gavorrano. Quella traccia di sangue isolata dal Ris dei carabinieri era nel bagagliaio della sua auto. Una traccia piccolissima, che sarebbe potuta sparire senza che il nome di Antonio Bilella, che pur era già uscito dopo la scomparsa di Francesca Benetti, fosse iscritto nel registro degli indagati. Sarebbe successo, se la sua auto, la Fiat Punto sulla quale ha caricato il corpo dell’ex insegnante di educazione fisica in pensione che aveva scelto la Maremma, e Villa Ada a Potassa, come buen retiro, fosse stata rottamata, così come aveva cercato di fare l’allora settantenne.
È stata quella piccola traccia, scoperta nel bagagliaio, a guidare i sostituti procuratori Marco Nassi e Salvatore Ferraro, che coordinarono le indagini dei carabinieri, verso la conclusione che a uccidere la donna, allora cinquantacinquenne, fu l’ex custode. Era invaghito di lei, che lo aveva rifiutato. E probabilmente, all’ennesimo no, di fronte alla prospettiva che se ne sarebbe dovuto andare dalla villa della quale era stato nominato il custode.
Quella traccia di sangue che i carabinieri del Ris trovarono sotto al pianale dell’auto dell’agrigentino, apparteneva a Francesca che, secondo i carabinieri, era stata uccisa proprio nella casa di Potassa. La donna sarebbe arrivata lì, il pomeriggio del 4 novembre, per dire al custode che se ne sarebbe dovuto andare. Aveva discusso con un vicino, per una questione di confini. E la donna, che aveva ricevuto l’ennesima lamentela, aveva deciso di mettere fine al loro rapporto di lavoro.
Gli specialisti del Ris che avevano fatto più di un sopralluogo in quell’appartamento nel quale la donna era stata uccisa. Francesca sarebbe stata trascinata sul pavimento della villa, fino alla porta di casa, dopo essere stata accoltellata più vole. Poi sarebbe stata caricata nel bagagliaio dell’auto dell’uomo, quella vecchia Fiat Punto della quale solo qualche giorno dopo si sarebbe voluto sbarazzare.
È lì che è rimasta quella traccia di sangue che ha fatto crollare il castello di bugie raccontate dall’uomo che per tre ha letto nella sentenza di condanna la parola ergastolo.
La prima volta, l’ha sentita pronunciare in aula, al tribunale di Grosseto. Poi, dopo aver presentato appello chiedendo l’assoluzione, sia nel secondo che nel terzo grado di giudizio, la sentenza non è cambiata. Ergastolo, per tre volte.— F.G.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
