Il presidio
Gessi rossi alla cava «Siano analizzati con più attenzione»
Lina Senserini
Gavorrano. Il sindaco di Gavorrano, all’indomani della bocciatura del sito di Pietratonda per lo stoccaggio dei gessi rossi, ha riaperto l’ipotesi cava della Bartolina, un “cratere” da 6milioni e mezzo di metri cubi che si trova ai margini del fiume Bruna. Suscitando, per contro, l’immediata reazione del comitato Bruna, nato nel 2017 per opporsi al progetto di recupero della cava usando questo stesso materiale, che ora ha deciso di tirare fuori le carte tenute nel cassetto per anni e di renderle disponibili sulla propria pagina Facebook.
Secondo il comitato, infatti, prima di pensare alla destinazione dei gessi, lo scarto della lavorazione del biossido di titanio, prodotto degli stabilimenti della multinazionale Venator a Scarlino, bisognerebbe confrontarsi sullo scarto stesso, le sue caratteristiche, la sua stabilità nel tempo e la compatibilità con l’ambiente. È il presidente del comitato, Massimo Emiliani, a spiegare perché. «Arpat non esegue monitoraggi dei gessi rossi all’interno della cava di Montioni dal 2010 come ci ha comunicato con una pec nel 2018», spiega Emiliani. «In quell’occasione l’agenzia regionale, sempre trasparente e disponibile con noi, ci fece notare che era stata sollevata da questo compito in seguito a nuove disposizioni e, pur essendosi proposta di proseguire le analisi in forma volontaria e non obbligatoria, non ha più avuto richieste né dalla Provincia né dalla Regione. Ha tuttavia continuato a monitorare le falde di Montioni e ad analizzare i campioni di gessi rossi consegnati dall’azienda di Scarlino, nei quali non venivano rilevati parametri fuori norma, tranne quelli derogati dalle leggi. Allora la cosa ci stupì, ma non ci parve rilevante, finché non è stata pubblicata la relazione della Commissione parlamentare ecomafie, nella quale è riportata la deposizione dei carabinieri del Noe, che hanno analizzato i gessi a più riprese. Sono loro a dire che Montioni presentava concentrazioni di contaminanti superiori ai limiti, decretando l’inidoneità dei gessi all’utilizzo per attività di recupero ambientale e come ammendante in agricoltura».
Come si spiega allora che le analisi di Arpat sui gessi prelevati in fabbrica e quelle del Noe sui gessi presi alla cava di Montioni, nello stesso periodo, diano risultati diversi? «I gessi potrebbero non essere chimicamente stabili nel tempo – spiega Emiliani – poiché i campioni prelevati a Montioni erano lì già da un po’. Andrebbero presi sul luogo del recupero e non di produzione e andrebbero monitorati negli anni, poiché potrebbero subire mutazioni nel tempo e a seguito di differenti condizioni ambientali rispetto a quelle presenti in fabbrica al momento della produzione». Ma c’è anche un altro episodio che secondo il comitato potrebbe mettere in dubbio la stabilità dei gessi. «Arpat tornò a Montioni tra il 27 agosto e il 23 settembre 2014 e fece delle analisi a seguito della fuoriuscita di acque inquinanti dai gessi rossi, guarda caso in presenza di piogge, dalle quali risultarono valori completamente difformi da quelli che aveva rilevato a Scarlino nello stesso anno. Tanto da scrivere che doveva essere chiarita “l’origine delle acque che emergono dai gessi e i motivi delle loro caratteristiche chimiche”. Infine, le analisi Arpat riportate nella relazione della Commissione ecomafie sono decisamente diverse, da prima del 2010 a Montioni, a dopo il 2010 a Scarlino. È bene precisare che il rifiuto prodotto a Scarlino sono fanghi. A fronte di tutto questo – conclude Emiliani – un’ipotesi sarebbe quella di chiedere al sindaco di Follonica di eseguire un monitoraggio dei gessi a Montioni, con carotaggi profondi per verificare il comportamento di questo rifiuto dopo 15 anni. Dopo, affrontiamo il tema delle cave. Non si può continuare a fare finta di niente di fronte a documenti ufficiali firmati da Arpat, Noe e Parlamento». —
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