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«No ai gessi rossi nelle ex cave esaurite» Commissione ecomafie boccia i progetti
Il presidente Vignaroli: «Dichiarare illegittime le deroghe e tornare alle discariche», il caso del biossido di titanio
Alfredo Faetti
grosseto. Inquinamento, leggi cambiate ad hoc, «gravi omissioni» nei controlli da parte degli enti locali, quadro normativo che cambia. Sono questi i cardini della relazione approvata all’unanimità Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati (Commissione ecomafie) sull’inquinamento connesso alla gestione del rifiuto gessi rossi della Venator di Scarlino. Un documento, trasmesso alle Camere, che piomba come un macigno sul dibattito di questi giorni circa il progetto per lo stoccaggio a Pietratonda.
«Il proverbio dice che fatta la legge trovato l’inganno, con i gessi rossi è stato il contrario: trovato l’inquinamento, è stata fatta la legge per poterlo perseguire». Gioca con le parole il presidente della Commissione Stefano Vignaroli riassumendo la storia dei gessi rossi nella cava di Montioni e snocciolando alcuni numeri legati all’operazione. Lo stabilimento del Casone produce in media 200mila tonnellate di gessi all’anno (ne vengono prodotte sei per ogni tonnellata di biossido di titanio, di cui rappresentano gli scarti) che, per loro classificazione, dovrebbero essere smaltite come rifiuto speciale non pericoloso. Ma nel 2004 parte questa sperimentazione, come la definisce la commissione, per il ripristino della cava di Montioni. «In questo modo, in 15 anni, la società (allora Tioxide ndr) ha risparmiato oltre 230 milioni di euro e su questo nulla da dire – spiega Vignaroli – Solo che nel 2007 Arpat registra sforamenti nella falda». Di fronte a questi dati, «gli enti locali non sono intervenuti», prosegue il presidente, citando Regione, Arpat, Provincia e i Comuni di Scarlino e Follonica. Chi interviene, invece, è il legislatore: tra il 2006 e il 2017 arrivano tre differenti deroghe per le concentrazioni di solfati, cloruri e cromo e vanadio. Nei primi due casi tramite provvedimenti statali, nel terzo attraverso una legge regionale. «Anziché cambiare la legge consentendo la prosecuzione dell’inquinamento delle matrici ambientali – spiega la relazione – si sarebbe dovuto vietare l’uso dei gessi rossi per il ripristino delle ex cave esaurite, in quanto l’unica legittima modalità di gestione di tale rifiuto era il conferimento in discarica».
Qui arriva la prima richiesta che la Commissione ha presentato alle Camere: dichiarare illegittime queste proroghe. Ma l’inquinamento c’è anche nella Piana del Casone, dove uno studio del 2011 attesta una contaminazione da manganese, ferro e solfati delle acque sotterranee sottostanti. «Su questa base la Regione Toscana ha chiesto nel 2017 una bonifica della falda della piana – continua la relazione – La richiesta è stata accolta dalla società ma ad oggi le bonifiche non risultano completate». Problema quanto mai attuale, perché l’impianto sta continuando a produrre e per questo è in corso una conferenza dei servizi per un’esperienza simile a quella di Montioni nella cava di Pietratonda, a Campagnatico. Prospettiva bocciata categoricamente dalla Commissione e non solo per l’inquinamento che questo materiale provoca, stando agli studi, ma anche perché lo stesso biossido di titanio è sotto i riflettori dell’Europa. «Il biossido di titanio è stato riclassificato e inserito nel regolamento 1272 del 2008 del Parlamento europeo e del Consiglio – spiega la relazione – concernente l’etichettatura delle sostanze pericolose, con l’indicazione di cancerogeno di categoria 2. Di conseguenza, la Commissione europea a febbraio 2020 ha inserito il biossido di titanio in una tabella di sostanze da normare entro 18 mesi». A questo riguardo, il deputato Alberto Zolezzi, membro della Commissione, è categorico: «Sarebbe fuori luogo dare parere positivo in materia di autorizzazioni mentre c’è un lavoro a livello normativo».
Ultimo capitolo, quello giudiziario. Sulla gestione dei gessi rossi sono state svolte indagini dai Carabinieri Noe e dai Carabinieri forestali di Grosseto. Il fascicolo è stato trasmesso nel 2015 dalla Procura di Grosseto alla Direzione distrettuale antimafia di Firenze. Quest’ultima, nel 2020, ha comunicato alla Commissione di aver attivato accertamenti tecnici coperti da segreto.
«Aspettiamo il fascicolo quando gli atti non saranno più secretati – conclude Vignaroli – Ma se nel mentre la Procura andrà verso un’archiviazione, chiediamo che si rivolga alla Corte Costituzionale circa la legittimità delle deroghe concesse». —
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