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Ultimatum sui gessi rossi «O si risolve il problema o produzione impossibile»
grosseto. Era una preoccupazione, ma è diventato un allarme e lo ha lanciato, senza mezzi termini, il direttore della delegazione grossetana di Confindustria Toscana sud, Giovanni Mascagni, durante l’approfondimento del Tg9 di domenica sera. «Se non riusciamo a risolvere il problema dei gessi rossi – ha detto – è, di fatto, resa impossibile l’attività produttiva di Venator».
Il 4 marzo la conferenza dei servizi dovrà decidere sull’utilizzo dell’ex cava di Pietratonda per lo smaltimento dei gessi rossi, rifiuto prodotto dalla lavorazione del biossidi di titanio negli stabilimenti Venator a Scarlino.
In ballo ci sono – lo ha spiegato Mascagni – un migliaio di posti di lavoro tra quelli diretti e, soprattutto, nell’indotto, nella piana di Scarlino.
«Non possiamo permetterci – ha detto – di provocare la più grande crisi degli ultimi tempi per la provincia di Grosseto sulla base di paure infondate».
Venator produce biossido di titanio «è rimasto – ha detto Mascagni – l’ultimo impianto italiano, con brevetto italiano, che produce questo materiale, e lo produce per il mondo: Venator è l’azienda grossetana che più di tutte vive le dinamiche globali, mondiali». Lo scarto di questa produzione è «un rifiuto speciale non pericoloso che sono i gessi rossi – ha spiegato ancora Mascagni – classificati non pericolosi perché li possiamo paragonare a un’argilla, un materiale molto isolante, che nel mondo viene utilizzato anche come ammendante in agricoltura, e in molti altri modi».
Venator ha sottoscritto un protocollo con la Regione Toscana, sta operando per collocare i gessi rossi in altri mercati, sta investendo per costruire un impianto per l’essiccazione e ridurre i gessi del 50 per cento. Ma servirà sempre un luogo dove smaltire ciò che resta.
La scelta è caduta sull’ex cava di Pietratonda, una buca profonda, oggi trasformata dalle acque piovane in un laghetto, una sorta di oasi naturalistica a detta di chi non vuole che i gessi rossi siano messi lì. «Su quella cava pende anche un’ordinanza del tribunale di Grosseto che obbliga il proprietario al ripristino. Dalle analisi delle acque – ha detto Mascagni, documenti alla mano – emerge la presenza di metalli pesanti. È un ambiente che va bonificato, privo di interesse paesaggistico».
Anche sul rischio che i gessi rossi possano andare a inquinare le falde acquifere, Mascagni è stato chiaro. La ex cava è un giacimento di caolino, profondo 60 metri, del tutto impermeabile.
«Arpat ha indicato delle prescrizioni – ha detto Mascagni – una volta svuotato il lago, dovrà essere verificata la presenza di calcare cavernoso, perché c’è un piccolissimo contatto, con questo genere di terreno, nell’area nord est: occorrerà monitorare, analizzare l’area e adoperarsi per scongiurare ogni possibile rischio di contatto con le falde».
Mascagni ha anche smontato le ipotesi alternative lanciate di comitati ambientali. «Hanno proposto – ha detto – di convertire il sistema produttivo di Venator da quello a base di acido solforico a quello a base di cloro: pazzesco, perché il cloro è un delle sostanze più inquinanti per l’atmosfera. E poi Venator nasce proprio in virtù della presenza di un impianto che produce acido solforico», quello di Nuova Solmine, della cui produzione Venator assorbe circa il 40 per cento.
Mascagni respinge anche l’accusa di giocare sul ricatto occupazionale.
«Se le paure fossero fondate – ha detto – potremmo parlare di ricatto occupazionale. Invece rischiamo di far saltare interi comparti produttivi per una paura infondata. Dobbiamo rassicurare i cittadini sul fatto che a questo tipo di operazioni si deve dire sì e poi si deve guardare come farle nella maniera migliore». —
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