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LAVORO, PROGRESSO DIRITTI: ANCORA OGGI UNA STORIA VIVA

Il coordinamento di Articolo Uno

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21 gennaio! Questo giorno, cento anni fa, segna la nascita a Livorno del Partito Comunista d’Italia, poi Partito Comunista Italiano: fondatori, tra gli altri, Gramsci e Terracini. Italiano dunque: con questo specifico intento di identificare e interpretare lo spirito di quel movimento ideale, che porterà più avanti con Togliatti alla definizione della via italiana al socialismo, pur in uno spirito internazionalista.

Con la sua rossa bandiera, su cui campeggiano i simboli del lavoro: falce e martello, con i suoi inni di speranza, col farsi rappresentanza e interprete delle aspirazioni più nobili per il nostro riscatto, come dell’umanità intera, dalle disuguaglianze e dallo sfruttamento, con il radicamento nel tessuto popolare della società, ha contribuito significativamente, in dialettica con le altre forze democratiche, per 70 anni, a scrivere giorno dopo giorno, civilmente e democraticamente battaglia dopo battaglia, la difesa della democrazia conquistata, del progresso sociale ed economico del nostro paese.

Una vicenda di ideali, idee, passione profonda di donne e uomini, di dirigenti politici, intellettuali, lavoratori che tutti insieme hanno reso onore al suo fondamentale impegno nella lotta partigiana e al sacrificio dei tanti martiri per la libertà fino all’appassionato ed eroico sacrificio di Berlinguer di fronte al suo popolo attonito e sgomento, tale da affiancarsi nella nostra laica venerazione alle icone che ognuno, che per condizione anagrafica e fede politica, ha avuto l’onore di militare o ha simpatizzato con quello che è stato il Partito Comunista Italiano, porta indelebilmente con se.

La vicenda di una fondamentale compattezza nella dialettica, la sua dotazione di menti e strumenti interpretativi che lo avevano reso partecipe e adeguato alla evoluzione della società, ci può per intima nostalgia proporre l’interrogativo se il suo autoscioglimento nel 1991 fosse veramente indispensabile, quanto piuttosto necessario per rimarcare la propria alterità rispetto a quei regimi comunisti nel momento della loro dissoluzione, regimi dai quali da tempo aveva preso le distanze e denunciato ogni legame, avendone compreso l’inadeguatezza e il fallimento ideale. Chissà! Di certo quel che è venuto dopo è stato ed è tutt’altra cosa. Ma comunque, a posteriori, quella cesura è stata un bene perché almeno ha consegnato allo scrigno della nostra memoria e alle pagine della storia una vicenda tra le più nobili ed esaltanti della nostra Italia: non una vicenda morta e chiusa in quelle pagine, tutt’altro, piuttosto una fonte preziosa da cui attingere anche per l’oggi ed il domani, ché quegli ideali e quei bisogni di giustizia sociale, di riscatto, di solidarietà e di difesa della democrazia sono nuovamente e prepotentemente quanto attuali quanto in pericolo assieme alle nuove emergenze dirompenti, per la saldezza della società civile, potenzialmente indotti dal cambiamento climatico e dallo necessità di uno sviluppo sostenibile e non predatorio.

E in queste ore ci è dato dover dare il nostro saluto a uno degli ultimi protagonisti della storia del Partito Comunista Italiano, Emanuele Macaluso, un grande che ci ha lasciato, un protagonista che come ha detto il ministro Provenzano è stato un faro. Un uomo di sinistra che ha inciso sulla storia del Pci come membro della segreteria nazionale con Togliatti, Longo e infine con Berlinguer, direttore dell’Unità e poi de “Il Riformista”. Con lui la sinistra ha perso una guida. Infine l’auspicio: che tutti gli epigoni di quella storia ne traggano insegnamento. —

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