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Addio a Licia, l’eroina dei partigiani, sulla sua bara ha voluto il tricolore

Ivana Agostini
Addio a Licia, l’eroina dei partigiani, sulla sua bara ha voluto il tricolore

A 16 anni faceva la staffetta, consegnava lettere e si distinse per il coraggio, che pagò caro con le violenze dai fascisti  

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MANCIANO. Licia Bianchini Lucchini, la partigiana combattente di Montemerano (Manciano) si è spenta a 94 anni.

La Resistenza che ha segnato la sua vita di sedicenne l’ha accompagnata fino al suo ultimo viaggio. Ieri, nella chiesa di Marsiliana dov’è stato celebrato il suo funerale, sulla bara era adagiato il tricolore. È stata lei stessa a chiederlo. Un simbolo, per una donna che ha sempre lottato per la liberà del suo Paese.

Licia Bianchini era una donna forte, elegante, colta. Come ricorda il presidente dell’Anpi di Manciano Lucio Niccolai, «leggeva molto, nella sua casa c’erano molti libri anche sulla costituzione che raccontava agli studenti».

Era nata a Montemerano l’11 aprile 1927. Dopo la morte del padre, quando lei aveva 8 anni, rimase a vivere con la madre Fedora. Amava studiare, per i suoi meriti le venne assegnata una borsa di studio e venne ospitata a Bergamo in un collegio femminile. Nel settembre del 1943, a causa della guerra, non tornò a Bergamo ma rimase accanto alla madre che gestiva un emporio. È con l’inizio della guerra che la vita di Licia cambiò. A Montemerano lei incontrò i tenenti Luigi Canzanelli, noto col nome di battaglia di tenente Gino e Antonio Lucchini che dopo alcuni anni diventò suo marito.
 

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La storia di Licia è stata raccontata dal professore e scrittore Nedo Bianchi che la ricorda con commozione e affetto. «La conoscenza dei due militari è stata la pietra miliare della sua vita. Con il suo nome e la sua grafia copre la corrispondenza degli ufficiali». Licia tenne al corrente le loro famiglie sulle loro condizioni stando sempre attenta a non rivelare dove si trovavano. «Ebbe un ruolo importantissimo nella fuga dalle carceri di Arcidosso del tenente Gino e di Antonio – dice Nedo –. La ragazza venne a sapere che i due prigionieri sarebbero stati trasferiti in un’altra prigione dalla quale difficilmente si usciva vivi. Sfruttando la conoscenza di una donna che andava ad Arcidosso, scrisse una lettera al tenente Gino. Licia disse che si trattava di una lettera amorosa che doveva essere recapitata con cura. In realtà – spiega Bianchi – era una lettera in cui avvertiva del trasferimento. Di lì a poche ore i due prigionieri evasero». La partigiana Licia pagò caro il suo ruolo di staffetta partigiana. Chi la vedeva andare sempre all’ufficio postale fece la spia. «Dopo cinque giorni dall’uccisione del tenente Gino e del soldato Giovanni Conti di Montemerano – racconta Bianchi – Licia fu arrestata, ingiuriata, percossa, costretta a fare i suoi bisogni davanti ai fascisti». I momenti dell’arresto furono terribili. Con Licia andò anche sua mamma. La ragazza scampò a una violenza sessuale ma non alle percosse. Venne portata in via Saffi, nel carcere di Grosseto dal quale uscì qualche tempo dopo. Tornò a casa percorrendo a piedi 28 chilometri quasi scalza. Licia poi diventò moglie di Antonio Lucchini che continuò la carriera militare fino a diventare generale. Con la fine della carriera militare del marito, Licia e Antonio tornarono in Maremma dopo aver vissuto a Bologna.

Scelsero di vivere a Marsiliana, in una casa bianca con un pergolato. È qui che Nedo ha conosciuto Licia, ne è diventato amico e ne ha raccolto le confidenze. «A Marsiliana era per tutti la moglie del generale che morì nel 1994 e che riposa nel cimitero del borgo». Era una donna estremamente decisa. «Aveva una grande eleganza – ricorda l’assessora ai lavori pubblici del Comune di Manciano, Valeria Bruni –. Il suo cappello era sempre abbinato ai pantaloni. La Resistenza l’aveva segnata. Ogni anno non mancava mai di onorare il ricordo della morte del tenente Gino e di Conti». È proprio in quella casa di campagna che Licia aveva realizzato una stanza in cui conservava tutti i ricordi della Resistenza. «Mi invitò ad andare nella sua casa – dice Francesca Lotti, vicepresidentessa dell’Arci di Manciano – e mi fece vedere quella stanza a cui lei teneva moltissimo. Con la sua voce dolce mi lesse una poesia di Italo Calvino a cui era molto affezionata, “Oltre il ponte”. Ricordo quei momenti con grande emozione».

Licia era una memoria storica e per questo raccontava agli studenti cos’era stata la Resistenza.

Lei, sedicenne che aveva fatto i conti con la paura ma anche con il coraggio che l’ha sempre spinta a fare le cose in cui credeva.

Anche Franco Dominici, professore di storia e italiano allo Zuccarelli di Sorano, ha scritto di lei. «È stata una figura importantissima anche considerato che a Montemerano c’erano molti fascisti quando era ragazza e la sua vita non fu certo semplice». «Fino all’ultimo – ricorda Giovanna, una delle figlie – è stata legata alla patria. Solo lei sa come quello che ha vissuto le abbia segnato l’anima e la mente».



 

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