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«Io destituito, il mio collega solo sospeso»
L’agente della Polizia di Stato evidenzia disparità nel ricorso al Tar che dovrà essere discusso nel merito
Grosseto
«Perché l’Amministrazione mi ha rimesso in servizio affidandomi servizi anche particolarmente delicati e poi mi ha destituito? Perché non è stato tenuto conto di ciò che ho fatto e anche dei meriti che ho acquisito nel periodo di poco più di tre anni in cui sono stato in servizio a Grosseto? Perché io sono stato destituito e il mio collega, che ha una situazione perfettamente sovrapponibile alla mia, ha avuto solo una sospensione di sei mesi?».
Domande che Alessandro Pellicciotta, l’agente scelto di 38 anni destituito dalla Polizia di stato, ha articolato nel ricorso presentato al Tar Toscana dall’avvocata Giovanna Marro. Tar che l’altro giorno ha respinto la richiesta di sospensiva del provvedimento disciplinare, non fissando ancora l’udienza di merito. Pellicciotta, che era giunto a Grosseto nell’aprile 2017, non è più in servizio in Questura dall’agosto scorso. Era arrivato da Bologna, dove era stato arrestato il 5 marzo 2012 con altri colleghi (e poi rimesso in libertà) per episodi illeciti, commessi in servizio, di cui è stato riconosciuto colpevole in via definitiva, 3 anni e 4 mesi. E a Grosseto aveva ricevuto attestati di stima: il 9 maggio 2017 aveva salvato una ragazza che camminava sul parapetto delle Mura medicee, un gesto per il quale aveva dimostrato «alte qualità professionali, spirito di prontezza e sprezzo del pericolo», si legge nelle motivazioni, ricevendone anche un premio in denaro; era stato incaricato della tutela e della sorveglianza di don Luigi Ciotti e di Giovanni Salvi, tra gli altri. C’erano stati anche un plauso per il servizio al G7 di Bologna, un compiacimento del questore per un altro intervento in città. E ciò a prescindere dalla condanna, evidentemente, come ha fatto notare la sua avvocata. «Perché si è interrotto il rapporto di fiducia?».
Ci sono contraddizioni nel comportamento dell’amministrazione, con la Commissione disciplinare di Grosseto e con il ministero dell’Interno che non hanno tenuto conto degli incarichi delicati che gli erano stati affidati. «Il ministero avrebbe potuto discostarsi dal primo giudizio, alleggerendolo; ne aveva la facoltà», osserva Pellicciotta. Anche perché il ministero prima riconosce che il procedimento penale non ha effettuato distinzioni tra gli imputati (identiche le condanne e le motivazioni) e poi ridimensiona l’incidenza di questo, per giustificare la differenza di trattamento disciplinare, come scrive l’avvocata.
Pellicciotta spiega chiaramente che non ha alcun motivo di risentimento con il collega («abbiamo condiviso questa vicenda passo dopo passo, sempre insieme») ma si meraviglia che ci sia stata disparità di trattamento: lui destituito, l’altro sospeso per sei mesi, una punizione già assorbita nei provvedimenti precedenti. Il ministero ha sostenuto ruoli diversi: l’altro sarebbe stato un «mero spettatore», era giovane, era autista gregario, non avrebbe sottratto né il telefono né i soldi. E invece, spiega Marro, non c’è alcuna differenza di età (la medesima), di ruoli (entrambi autisti), di mansioni (entrambi agenti), di appartenenza all’ufficio (le Volanti per entrambi), di esperienza lavorativa (Pellicciotta ha in più due anni). Se fosse stato «mero spettatore» avrebbe potuto essere assolto e invece così non è stato. Anche il pm bolognese dell’epoca che seguì le indagini spiegò che aveva presentato richieste per loro due, insieme, in termini più contenuti rispetto ai coimputati.
L’agente si è rivolto negli anni anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al presidente del Senato e a un parlamentare: «Ma non ho ricevuto risposta, se non indiretta». Dice di essere amareggiato da chi ha paragonato questa vicenda a quella della famigerata Uno bianca. Spiega che inizialmente non era convinto nel presentare il ricorso al Tar ma che l’avvocata lo ha persuaso ravvisando i margini per la discussione nel merito. E conclude con un auspicio: «Nelle carte c’è tutto, è sufficiente leggerle». Perché vuole tornare a vestire la divisa. —
PIERLUIGI SPOSATO
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