Il presidio
Assalto con la katana Condannato a 30 mesi
Al centro del dibattimento un litigio di cinque anni fa I giudici hanno escluso lo sfregio permanente sul viso
Grosseto
Condannato a 2 anni e 6 mesi per l’aggressione con la spada tipo katana, un diverbio finito nel sangue avvenuto il 2 novembre 2015 davanti al locale “El Jumo Diario” di via Cesare Battisti. Condanna per tutti e quattro i capi di imputazione, compreso il porto abusivo della spada, per il quale il pm Anna Pensabene aveva sollecitato l’assoluzione. Escluso invece lo sfregio permanente del volto.
La sentenza letta ieri dal presidente del collegio Adolfo Di Zenzo (con lui Giovanni Puliatti e Andrea Stramenga) ha messo un primo punto fermo sul processo che vedeva imputato Elvis Antonio Minaya De Jesus, 40 anni, cittadino dominicano, attualmente in Spagna (ma comunque presente alle prime udienze, quando si fece anche interrogare). Questi, assistito dall’avvocato Alessandro Oneto, era imputato anche del porto abusivo di un coltello, di aver minacciato di morte un giovane brandendo appunto la katana e il coltello, di averlo colpito al volto causando lesioni giudicate guaribili in 25 giorni.
Il difensore ha contestato nella sua arringa il fatto che esistesse anche un coltello, mentre è pacifico che vi fosse la katana. Ma questa, ha aggiunto, è incompatibile con i segni riportati dalla vittima (al braccio sinistro con la katana, più al volto con un coltello), non avendo le caratteristiche di arma da taglio. Questo particolare era emerso anche nelle prime ore successive all’episodio, tanto che l’ipotesi avanzata era che i tagli potessero essere stati causati da bottiglie di vetro andate in frantumi sulla strada e che la katana potesse essere stata utilizzata solo per allontanare le persone. Oneto ha anche insistito sulla mancanza di una prova certa su chi avesse dato origine al litigio. Minaya era andato a riprendere la fidanzata nel locale, la ragazza non veniva fatta uscire. E ha concluso ricordando che la parte offesa non si è mai presentata in aula, per essere interrogato anche dalla difesa dell’imputato, contestando l’acquisizione delle sommarie informazioni testimoniali.
All’epoca dei fatti, la Procura aveva provveduto al fermo (ma la misura degli arresti domiciliari non era stata inizialmente applicata perché la famiglia era stata minacciata): Minaya aveva scelto di non rispondere alle domande del gip che era andato a interrogarlo in carcere. Le indagini erano state poi chiuse ed era stato disposto il rinvio a giudizio.
I giudici hanno riconosciuto la continuazione fra i reati e disposto la confisca e la distruzione della katana. —
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