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Beppino Saragosa e il chiosco di Macallè dedicato al figlio partito per l’Etiopia
Follonica a Sinistra ha scoperto i motivi dell’intitolazione della via recuperando i documenti nell’archivio del Comune municipale
LA STORIA
GIULIA SILI
“Andare fino a Macallè” è un’espressione che oggi per la maggior parte dei follonichesi ha poco senso.
Eppure, fino almeno ad una trentina di anni fa, tutti avrebbero capito: andare fino a Macallè significava arrivare fino al confine con Piombino, quello che fino al 1972 era delineato al di là della pensione Eden. Dagli anni Novanta del secolo scorso a Macallè – o meglio, al chiosco di Macallè – è anche intitolata una via, appena cento metri di strada, che da via dei Pini porta a via La Marmora.
Ma perché Follonica ha voluto dedicare ad una città etiope, scenario di una sanguinosa battaglia colonialista dell’Italia ai tempi del fascismo, una via?
La domanda se l’è posta il follonichese Alessandro Babboni che insieme al gruppo di Follonica a Sinistra si è interessato a questa vicenda. La curiosità ha portato poi a riscoprire la pagina di una Follonica assolutamente minore che stava per essere totalmente dimenticata. È bastato scavare negli archivi del Comune e frugare all’interno di qualche cassetto per tirare fuori documenti e fotografie che raccontano questa storia, quella del chiosco di Macallè e del suo proprietario, Beppino, per tutti Beppinello, di cognome Saragosa.
Lo slargo di via La Marmora intorno agli anni Trenta del Novecento era un pezzetto di terra battuta che si affacciava sul confine piombinese. Perpendicolare al mare si trovava il viale alberato dei Bicocchi, quello che dalla residenza del Numero Uno portava fino alla spiaggia. Lì, tra la pensione Eden e il viale, Beppinello ricevette proprio da Emilio Bicocchi una porzione di pineta.
Beppinello viene descritto come il personaggio più eclettico della famiglia Saragosa: manovratore delle ferrovie, viveva nella casa cantoniera di fianco alla stazione e nel tempo libero era un geniale iniziatore di svariate attività. Era infatti un imprenditore, un intrattenitore e un uomo di mare che piantava gli ombrelloni con l’aiuto dei figli e portava i turisti in barca, lungo la costa.
In quegli anni Trenta, nel pezzo di terra concesso dal Bicocchi, Beppinello creò un pittoresco e piacevole punto di ristoro, allestito alla buona, con a tavoli e panche. Le cannucce erano le pareti della trattoria gestita da Beppinello e dalla famiglia: una trattoria tipica divenuto subito molto apprezzata.
Nel 1935 iniziò però la guerra d’Etiopia e alcuni membri della famiglia Saragosa partirono per l’Africa Orientale insieme ad altri concittadini, tra questi anche uno degli undici figli di Beppinello. Le famiglie seguivano le vicende di quella guerra lontana imparando via via i nomi delle località divenute d’un tratto famose. Così, quando a Beppinello arrivò una lettera del figlio che gli annunciava di essere stato tra i primi ad entrare a Macallè, «questo nome gli risuonò così bene che, da allora, ogni volta che parlava della guerra, Macallè era sempre al centro dei suoi discorsi», si legge nella delibera del Comune di Follonica dove viene presentata la proposta di intitolazione della via.
Beppinello ne parlava sempre, tanto che che alcuni suoi amici, una sera, sulla staccionata della trattoria, inchiodarono un cartello con su scritto “forte Macallè”.
Uno scherzo che piacque così tanto al Saragosa che volle adottare quel nome per il suo chiosco.
Da allora quella zona per tutti divenne Macallè, la trattoria al confine della città. Il ristorante passò poi alla figlia di Beppinello ma ebbe vita breve: alla fine degli anni Cinquanta, con l’arrivo del cemento e la volontà di trasformare Follonica in una città modernissima, quel ristorantino fatto di cannucce e panche di legno venne abbattuto.
La fama, però, è rimasta viva per anni, tanto che Macallè per gli anziani ancora oggi è un luogo ben preciso, non dell’esotica Etiopia, ma nel quartiere Zona Nuova di Follonica. —
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