Il Tirreno

Grosseto

campagnatico 

Gessi rossi, nuovo studio smentisce che il terreno sia impermeabile

Lina Senserini
Gessi rossi, nuovo studio smentisce che il terreno sia impermeabile

L’ingegnere Paolo Migliorini  mette a disposizione del Forum Ambientalista una relazione sull’impatto del progetto di Accornero srl 

2 MINUTI DI LETTURA





/ CAMPAGNATICO

A meno di venti giorni dalla conferenza dei servizi che dovrà decidere il destino delle ex cave di Pietratonda, nel comune di Campagnatico, torna a salire l’attenzione sul progetto di ripristino dell’area mineraria presentato dalla proprietà, Accornero srl.

Nei prossimi giorni, sui tavoli degli uffici regionali di via Cavour a Grosseto, il Forum Ambientalista depositerà i risultati dello studio dell’ingegnere idraulico Paolo Migliorini, incaricato da un’azienda agricola del posto, di effettuare una relazione tecnica per valutare l’impatto sull’attività se il progetto dovesse andare in porto.

È stato il professionista a chiedere al Forum di presentare la sua relazione, dato che conferma quanto sostenuto dall’associazione, sulla presenza di falde acquifere a rischio di infiltrazioni di sostanze inquinanti, se nelle cave venissero stoccati gli scarti della lavorazione del biossido di titanio prodotto dagli stabilimenti della società Venator a Scarlino.

La relazione di Migliorini in questo senso parla chiaro: «L’asserita impermeabilità dei terreni della ex-cava dell’Incrociata risulta contraddetta dalla sostanziale stabilità nel tempo del livello delle acque in essa contenute, a una quota assoluta sensibilmente inferiore a quella di sfioro», scrive il tecnico.

In sintesi, basta guardare – e misurare – il livello delle acque del laghetto per vedere che restano più o meno alla stessa altezza, malgrado le piogge e l’assenza di interventi di svuotamento.

«Se il fondo e le pareti della ex-cava dell’Incrociata costituissero un impluvio naturale impermeabile – scrive Migliorini – il livello delle acque sarebbe aumentato sensibilmente, anno dopo anno». Cosa che non è avvenuta, come viene dimostrato dai nelle pagine successive con un complicato sistema di calcoli, da cui emerge che «circa 250 mila metri cubi di acqua si sono infiltrati, negli ultimi venti anni, nel sottosuolo del sito prescelto per l’utilizzo di un materiale di “ripristino ambientale” – scrive Migliorini – la cui non innocuità, in caso di contaminazione delle falde idriche destinate anche all’uso potabile, è da ritenersi ormai ampiamente dimostrata».

C’è anche un altro aspetto già messo in evidenza Roberto Barocci del Forum Ambientalista. Il progetto è sostanzialmente identico a uno precedente, bocciato in sede di Valutazione di impatto ambientale e ora riproposto come “ripristino ambientale”. In quanto tale, osserva Migliorini, non potrebbe alterare la morfologia del luogo prima degli interventi di scavo.

Invece, dalle sezioni del progetto si rileva che la quota finale del ripristino a 190 metri, «supera di oltre dieci metri la massima quota assoluta dei terreni “ante operam”, come dimostrato dalla cartografia, che porta a concludere che la morfologia dei luoghi, oggetto di sbancamento durante l’attività di estrazione fosse regolare e ovunque non superiore a 180 metri». —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il caso

Lucca, botte e insulti razzisti al professore scambiato per il compagno della ex

di Pietro Barghigiani