Il Tirreno

Grosseto

la testimonianza di mauro giusti 

«Sentivo l’odore marcio del fango che mi si era appiccicato addosso»

l.s.
«Sentivo l’odore marcio del fango che mi si era appiccicato addosso»

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GROSSETO

«Ma come? Quattro metri d’acqua! Ma non si è mai sentito. Quanta gente sarà affogata in casa?». Nella tarda mattinata del 4 novembre 1966, quando cominciarono ad arrivare le prime, confuse, notizie che l’Ombrone a Grosseto «aveva dato di fòri», la reazione più diffusa era l’incredulità.

Se lo ricorda bene Mauro Giusti, sindaco di Gavorrano dal 1990 al 1999, che allora aveva venti anni e che insieme ai minatori del suo paese andò a spalare il fango in città. «A Bagno di Gavorrano – racconta – nei bar, per strada, agli angoli delle case, non si sentiva dire altro. Capannelli di persone che alzavano in alto le braccia provando a immaginare quanto fossero alti quattro metri d’acqua, un’enormità che mai nessuno aveva sentito dire, prima di allora. Le notizie arrivavano con il passaparola, non c’era niente di certo, finché il radiogiornale della Rai, in coda al disastro di Firenze, parlò anche di Grosseto sommersa dall’acqua dell’Ombrone. Chi aveva amici, parenti e conoscenti cominciò a telefonare e via via si diffuse la voce confortante che la chiusura per la festa del 4 novembre aveva risparmiato vite. Ma questo nel centro abitato. Di quello che era successo nelle campagne, non si sapeva niente».

Poi, dopo i primi soccorsi in emergenza, arrivò l’appello del sindaco Renato Pollini, che chiamava a raccolta le braccia della provincia e la generosità dei maremmani per aiutare la città ferita. I minatori di Bagno, da sempre in prima fila in aiuto ovunque ci fosse bisogno, Cgil in testa, furono tra i primi a partire. Sull’autobus per Grosseto c’era anche Giusti, che con la generosità dei suoi vent’anni si aggregò al gruppo di oltre cinquanta uomini che andarono a spalare il fango. «Mi ero appena diplomato e lavoravo al distributore del mio babbo, ex minatore» - racconta Mauro - Mi disse di andare ad aiutare un amico che aveva un magazzino di ricambi per auto e moto all’angolo di quella che oggi è piazza Esperanto. Fu lì la mia prima tappa, poi nel pomeriggio al magazzino della Coop in via Brigate partigiane. Mentre andavamo verso Grosseto, ancora non avevamo chiara la percezione di quello che avremmo trovato. Fu quando cominciammo ad attraversare la campagna completamente allagata con le case sommerse, che all’incertezza fece seguito lo sgomento. Il pullman ci lasciò in piazza della Vasca e da lì, lungo corso Carducci arrivammo ai punti di raccolta. La situazione era terribile, peggio di quanto avremmo mai immaginato. C’era fango ovunque e un odore fetido ammorbava l’aria. Lavorammo tutto il giorno, senza sentire la fame e la sete. La sera tornammo in piazza della Vasca dove ci attendeva il nostro pullman. Stanchi, ricoperti dal fango che ci togliemmo alla meglio lavando mani, faccia e stivali nell’acqua della fontana, negli occhi lo sconforto, ma anche l’orgoglio di aver portato un minimo sollievo alla popolazione martoriata. Non posso dimenticarmi quei momenti e per giorni ho sentito nel naso l’odore marcio del fango che mi si era appiccicato addosso».

E ironia della sorte, il 6 e il 26 agosto del 1997, Giusti, da sindaco, dovette fronteggiare un’altra terribile alluvione nel suo paese, Bagno di Gavorrano. Non fu il 1966 a Grosseto, ma per Giusti – questa volta da sindaco – fu come rivivere un incubo. — l.s.

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