4 novembre 1966 Quell’alluvione devastante e mai dimenticata
Alle 7.55 le acque dell’Ombrone ruppero l’argine in tre punti I lavori, il paesaggio cambiato e i timori sempre presenti
GROSSETO
Qualcuno la chiama ancora “l’alluvione dimenticata”, perché quel 4 novembre 1966, a finire sott’acqua insieme a Grosseto, Pisa e buona parte della Toscana nel bacino idrografico dell’Arno, dell’Ombrone pistoiese e dell’Ombrone grossetano, ci fu anche Firenze.
Nello stesso giorno, mezza Italia fu messa in ginocchio (Trentino-Alto Adige, Veneto, parte della della Lombardia, acqua alta a Venezia), ma ancora oggi il ricordo più vivo e doloroso nella memoria collettiva è quello di Firenze, per l’enorme impatto emotivo che la devastazione della culla del Rinascimento ebbe in tutto il mondo. E se l’immagine del Cristo di Cimabue ricoperto di fango, nel cenacolo della basilica di Santa Croce, divenne il simbolo del disastro, poco si disse della Maremma, dove le acque impetuose dell’Ombrone, alle 7.55 del 4 novembre, ruppero gli argini in tre punti, nel momento in cui l’Arno tracimava dalle spallette del lungofiume.
Luciano Bianciardi definì quella di Grosseto “l’alluvione della povera gente”, nel libro fotografico pubblicato il 2 gennaio 1967, oggi lo chiameremmo instant-book, con pagine sue e dell’amico Pilade Rotella. Del resto la Maremma quello era: una provincia povera nel sud della Toscana.
La storia dell’alluvione di Grosseto visse, dunque, sulle cronache locali e nelle foto che ritraevano dall’alto i campi allagati a perdita d’occhio, la città invasa dal fango, i binari divelti, gli animali annegati e la gente arrampicata sui tetti per sfuggire alla morte. Le immagini sono ancora vive e nette negli occhi di chi in quei giorni c’era. E ha spalato fango, ha raccontato da cronista, ha documentato con la macchina fotografica, ha organizzato i soccorsi, ha rischiato la vita in elicottero per mettere in salvo le persone.
Come la bambina sul tetto dell’idrovora di Cernaia, la figlia del guardiano, recuperata insieme alla sua famiglia proprio dai coraggiosi piloti dell’Aeronautica militare che volarono per giorni sul mare d’acqua intorno alla città, salvando centinaia di grossetani e rifornendoli di cibo nelle case.
Quei momenti drammatici sono stati raccontati al Tirreno nel 2016, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’alluvione, da uno dei protagonisti, Andrea Mandanici, 86 anni, ex motorista elicotterista e maresciallo scelto dell’Aeronautica militare, che con alcuni colleghi fece il primo volo sulla città allagata e per nove giorni proseguì le operazioni di soccorso. La foto della bambina è il simbolo della “nostra” alluvione, che fece un solo morto, ricordato anche nelle appena dieci righe che wikipedia dedica all’esondazione dell’Ombrone nel’66. Si chiamava Santi Quadalti, era il buttero della fattoria degli Acquisti, nei pressi di Braccagni, e annegò aprendo i cancelli per salvare le sue bestie. Il corpo fu restituito giorni dopo dall’acqua che piano piano si ritirava, scoprendo carcasse di animali e di auto, mobilia, macerie, strade distrutte, campi devastati.
Le vittime, tuttavia, avrebbero potuto essere molte di più se il 4 novembre non fosse stato il giorno della festa delle Forze armate, rosso sul calendario fino agli anni Settanta, in cui la gente era a casa, pochi in strada o al lavoro, chiusi i negozi. C’è da ringraziare anche Omero Pucci che, con il megafono della sua macchina per la pubblicità, insieme ai carabinieri e ai vigili urbani, dette l’allarme ai grossetani perché il “loro” fiume stava per abbattersi sull’abitato, con tutta la sua violenza. Era già successo il 2 novembre del 1944, un’ondata di piena aveva aggiunto il suo carico di distruzione sulla città già martoriata dalla guerra, ma Grosseto era stata ricostruita, lasciandosi alle spalle il ricordo della “piena” e delle bombe. I grossetani però, soprattutto i più anziani, non si fidavano del carattere irruento dell’Ombrone e in quel piovoso inizio novembre del 1966 lo “sorvegliavano” a modo loro dal ponte sull’Aurelia a sud della città, assiepati sotto gli ombrelli.
Oggi il paesaggio è cambiato, i lavori si sono susseguiti e la bretella sopraelevata della “quattro corsie” lascia spazio alle acque in golena. Eppure, nelle varie piene che si sono succedute negli anni, fa davvero tanta impressione il mare di acqua limacciosa dell’Ombrone che sembra allargarsi placida verso gli argini. Ogni volta che piove, anche se non è novembre, la domanda - timorosa - è sempre la solita: «Ma l’Ombrone cosa fa?» —
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