Il Tirreno

Grosseto

«Pietratonda, il primo progetto era stato bocciato due anni fa»

LINA SENSERINI
«Pietratonda, il primo progetto era stato bocciato due anni fa»

Barocci (Forum) sta inviando agli uffici regionali le osservazioni per sollecitare le istituzioni a intervenire sulla questione gessi rossi  

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l’intervista



Il destino delle cave di Pietratonda (foto), nel comune di Campagnatico, appeso ancora all’ennesimo rinvio della conferenza dei servizi. Se a ottobre è stata rimandata per la mole di atti da vagliare, a novembre è tornato il Covid a fermare le attività “in presenza”, allungando i tempi fino al 9 dicembre, per organizzare l’incontro a distanza. Intanto sale la preoccupazione di amministratori e cittadini riguardo al progetto di ripristino di una delle nove cave, da cui per trent’anni è stato estratto caolino e sabbia silicea, utilizzando i gessi rossi, lo scarto di lavorazione del biossido di titanio degli stabilimenti Venator di Scarlino. Con il rischio di inquinare irrimediabilmente un’area di alto valore ambientale e compromettere le falde acquifere.

Roberto Barocci, del Forum ambientalista di Grosseto conosce bene la questione, per aver condotto tante battaglie, peraltro vinte, insieme ad altre associazioni e comitati, proprio contro i vari progetti di stoccaggio dei gessi rossi presentati negli anni. Ed è tra i più agguerriti anche questa volta. Sue le corpose nuove osservazioni appena inviate agli uffici regionali. Perché tanto anticipo, professor Barocci, se la conferenza è stata rimandata? «Non possiamo permetterci gli stessi errori commessi trent’anni fa sulla piana di Scarlino e Follonica, dove oggi nessuno dei funzionari pubblici è responsabile di quell’inquinamento insanabile. È necessario che tutti i dirigenti degli uffici cui competono i pareri decisori siano ben informati per tempo e quindi consapevoli delle scelte che faranno. Abbiamo presentato quattro osservazioni, alcune per precisare meglio quanto già segnalato, altre invece del tutto nuove e che svelano una vicenda che ha dell’incredibile».

Quali sono i nuovi contenuti dello vostre osservazioni?

«Prima di rispondere nel merito, devo fare un premessa: se il progetto venisse approvato, verrebbe violata la norma che stabilisce quando un rifiuto può essere usato per il ripristino di cave e miniere, con materiali diversi da quelli provenienti dallo stesso sito. L’articolo 3, punto 15, della Direttiva CE 2008/98 definisce il “recupero” dei rifiuti per ripristino ambientale come “l’operazione il cui principale risultato sia di permettere ai rifiuti in questione di svolgere un ruolo utile, sostituendo altri materiali che sarebbero stati altrimenti utilizzati per assolvere una particolare funzione”. Nel nostro caso, abbiamo documentato che l’ufficio regionale delle Miniere aveva già approvato un progetto di ripristino ambientale, che non richiedeva materiale esterno al sito. Quindi, quel milione di metri cubi di gessi rossi, che la Accornero vorrebbe depositare oggi nella cava, non sono utilizzabili a quello scopo. Inoltre, ecco un altro punto importante, due anni fa, è stato presentato in Regione un progetto molto simile all’attuale, sia per il sito oggetto del deposito (la cava dell’Incrociata), sia per le dimensioni del deposito stesso (1.050.000 metri cubi di rifiuti), che per il materiale (i gessi rossi). Bene: questo progetto è stato sottoposto a un procedimento di Valutazione di impatto ambientale, concluso con una bocciatura».

Ci risulta anche che ci fosse stato un altro progetto, ma sembrava diverso ed era stato proposto da un altro soggetto.

«In realtà, solo apparentemente era un altro soggetto. Ma il punto è un altro: la Valutazione di impatto ambientale, lo dice la norma, ha lo scopo “di proteggere la salute umana e contribuire, con un migliore ambiente, alla qualità della vita”. Se gli stessi uffici, e mi riferisco alla Sovrintendenza, alla Asl, all’Acquedotto del Fiora, alla Regione, due anni fa hanno espresso una valutazione negativa, non si capisce come possano ora cambiare parere. L’unica differenza tra i due progetti è nel nome con cui sono stati presentati: due anni fa l’hanno chiamato “discarica di rifiuti inerti”, oggi “messa in sicurezza e rinaturalizzazione”».

Ma il nuovo progetto non nasce in esecuzione di un’ordinanza del tribunale di Grosseto?

«È stato presentato con un titolo diverso per superare le norme che hanno bocciato il precedente, ma prevede di depositare un volume di rifiuti che è ben trentaquattro volte superiore a quello delle acque raccolte nel fondo della cava. Lontanissimo, quindi, da quanto prevede l’ordinanza del tribunale, che precisa due soli interventi: una recinzione e la piantumazione di specie arboree nelle pochissime aree rimaste scoperte dalla vegetazione, che nel frattempo ha quasi completamente rinaturalizzato l’area. Come ho già detto, era già stato approvato un progetto di ripristino che non prevedeva apporto di materiale esterno. Ci sono molte altre prove documentali che consentono di affermare che ci sono tante cose che non vanno e le segnaliamo a tutti gli uffici, assumendoci la piena responsabilità di quanto affermato. Sorprende che alcuni di essi sembrino oggi assenti».

A chi si riferisce?

«Sono troppi, a partire dal Comune di Grosseto fino alla Asl. Abbiamo riformulato l’osservazione sulla cancerogenicità delle polveri contenenti più dell’1% di biossido di titanio, sicuramente presente nei gessi rossi, segnalata dalla Comunità Europea. Ma poiché nel progetto presentato non c’è traccia dei criteri per abbattere i rischi sanitari, pensavamo che la Asl dovesse valutarli». —

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