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Se il medico di famiglia e l’oncologo dialogano il traguardo è più vicino
Dopo il ricovero ospedaliero, la persona ammalata torna a casa ed è qui che inizia la fase più complessa L’esperienza di Grosseto
grosseto
Si chiama pandemic fatigue, la condizione di stress prolungato, provocata dal perdurare dell’emergenza sanitaria – e da quel micidiale mix fatto di limitazioni della nostra quotidianità e paure – che alla fine può causare un vero e proprio logoramento della psiche. Forse alla stragrande maggioranza degli italiani è sfuggito, ma «pandemic fatigue è un termine che ricorre in tutti gli ultimi decreti del presidente del consiglio dei ministri», rivela Andrea Salvetti, medico di medicina generale di Grosseto e responsabile nazionale dell’area oncologica della Società Italiana di Medicina generale e delle Cure primarie-Simg.
La pandemic fatigue non è letteratura, dunque, è un rischio reale, tanto più pericoloso per la salute quanto più la persona è fragile. Ecco perché pazienti che stanno combattendo una battaglia che richiede molte energie, fisiche e psichiche, come è richiesto ai pazienti oncologici, «è bene che in una situazione come questa – nota Salvetti – non stiano in ospedale» ma nell’intimità della loro casa.
La gestione domiciliare del paziente oncologico è sempre a carico del medico di famiglia: è a lui che sempre più spesso rivolgono domande sulla dieta da seguire, l’attività fisica che possono praticare, il senso di disagio psicologico con cui spesso sono costretti a convivere (anche in assenza di una pandemia) e i problemi legati alla sessualità. E il medico di famiglia deve avere queste risposte.
Uno dei traguardi per garantire al paziente oncologico il diritto alle migliori cure possibili oggi sembra essere il rapporto sempre più stretto e dialogante tra medici specialisti e medici di medicina generale: e nella situazione inedita che stiamo vivendo, tutto ciò diventa ancor più pregnante.
Sono del resto tanti gli aspetti su cui si può snodare questa collaborazione: lo screening, la diagnosi precoce, la tossicità dei trattamenti a breve/medio termine, l’assistenza in caso di ricovero, il follow up. «Ecco perché – nota Salvetti – la Medicina Generale, attraverso le proprie società scientifiche, sta facendo di tutto per promuovere questa cooperazione, al centro della quale c’è il paziente, la persona». A Grosseto, è già stato fatto molto: «Nell’Azienda Usl Toscana sud est – rammenta Salvetti – è stato messo a punto un protocollo ad hoc, un percorso condiviso di follow up oncologico tra medici specialisti e medici di medicina generale».
Grazie ad Andrea Salvetti e a Carmelo Bengala, direttore dell’unità operativa complessa di oncologia medica dell’ospedale Misericordia, l’esperienza di Grosseto nel rendere attiva una collaborazione che – nell’interesse del paziente oncologico – deve essere sempre più stretta tra oncologo e medico di famiglia, rappresenterà uno dei contributi al Congresso nazionale Simg che si svolgerà a novembre in modalità webinar. –
g. m.
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