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Morì il cane Ayko Nessuna colpa, caporale assolto
Grosseto
Ayko, cane pastore in forza al Centro militare veterinario, era morto nel pomeriggio del 30 marzo 2017. Non in caserma ma a casa del sottufficiale, che era regolarmente autorizzato, cui era stato affidato per l’addestramento. Dalla segnalazione (pur se di colpa lievissima) era partito un procedimento di danno erariale, al termine del quale la Procura contabile della Toscana aveva chiesto 3.500 euro, pari al valore presunto dell’esemplare: ma i giudici (Antonio Galeota, Angelo Bax e Andrea Luberti) lo hanno assolto, disponendo che le spese processuali da 1.000 euro debbano essere pagate dal ministero della Difesa.
Il caporale era incolpato di aver lasciato l’animale per otto ore ad alte temperature nel cortile piastrellato di casa sua. Secondo la perizia clinico-necroscopica la morte era derivata da un collasso cardio-circolatorio conseguente a un blocco renale ed edema cerebrale, presumibilmente derivanti da un colpo di calore. Il caporale avrebbe violato le norme militari interne, finalizzate a salvaguardare il benessere psico-fisica; il presunto danno patrimoniale era stato ricavato da un’apposita valutazione, in base a razza ed età.
Il militare, che a quell’animale era affezionatissimo, si era opposto, spiegando che quel giorno la temperatura ufficiale registrata era di soli 25 gradi al massimo, non idonea a causare la morte dell’animale; aveva poi presentato una propria perizia-medico legale che aveva contestato gli esiti di quella agli atti della Procura erariale. Tra l’altro, nella relazione dell’ufficiale inquirente era chiaro che si sarebbe comunque trattato di una colpa lievissima. Quel pomeriggio, era stato ricostruito, non aveva avuto nulla di differente da tanti altri: Ayko, come di consueto, aveva trascorso la giornata negli spazi del cortile dove – oltre alle opportune zone di ombra e acqua – c’era anche una cuccia con materiale isolante, adatta a fornirgli riparo qualora le temperature fossero diventate insopportabili. Le foto, allegate agli atti, hanno completato il quadro. Tutto si poteva imputare al caporale insomma, ha concluso il suo difensore l’avvocato David Bardi, meno che una negligenza, un quadro di diligenza testimoniato ampiamente anche dalla sua carriera militare. Un complesso di situazioni che hanno portato i giudici a escludere responsabilità del caporale, anche perché il pastore tedesco “era in via presuntiva altamente addestrato e idoneo alla sopravvivenza in aree e condizioni di particolare disagio”, oltre tutto hanno osservato i giudici contabili. — pierluigi sposato
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