Il Tirreno

Grosseto

Venti giorni in isolamento e 12 persone in quarantena «Ma ero un falso positivo»

f.f.
Venti giorni in isolamento e 12 persone in quarantena «Ma ero un falso positivo»

L’odissea di un 22enne sottoposto a tampone il 19 settembre e dichiarato guarito il 9 ottobre, dopo una complicata trafila burocratica 

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la testimonianza

Diciannove giorni di isolamento, dodici persone in quarantena, quattro tamponi, un sierologico, infinite telefonate. E un dubbio: ma davvero era un caso di Covid-19? Imbattersi nel virus, a quanto pare, non è semplice nemmeno dal punto di vista burocratico. Per carità, l’importante è la salute. Ma quando ti attanaglia il morbo della burocrazia rischi davvero di farti saltare i nervi.

È quel che ha rischiato uno studente universitario grossetano di 22 anni – che chiede l’anonimato – rimasto impigliato tra le maglie delle procedure. «Abito in uno studentato a Pisa, dove studio – racconta al Tirreno – e il 19 settembre, tornato a Grosseto dove abitano mia madre e mio fratello, mi sono fatto fare il tampone alla stazione per essere sicuro». Inizia qui la trafila, non sanitaria, ma assai tortuosa.

«L’indomani mi chiama l’ufficio Igiene dell’Asl per comunicarmi che sono positivo – racconta –. Da subito qualcosa non mi torna. A mia mamma e fratello, ad esempio, hanno detto che sarei potuto andare in un albergo sanitario a Siena, ma a me questa possibilità non mi è stata detta. Ad ogni modo, il 21 ricevo la prima chiamata per sapere se ho sintomi. Non ne avevo. Mi lasciano il numero dell’Usca (l’unità che si occupa dei positivi in isolamento a casa). In 20 giorni mi hanno chiamato solo due volte...». Nel frattempo i familiari vengono messi in isolamento e così tutti i contatti del giovane, in tutto dodici persone.

«Il 22 settembre – continua il ragazzo – a mia mamma arriva un messaggio dell’Asl che le dice che il suo tampone “fatto alla stazione” era negativo. Ma lei il tampone non lo ha mai fatto. Lo avevo fatto io, ma era positivo. Ho chiesto spiegazioni e la risposta che mi hanno dato è stata: “Inutile fare speculazioni su questa cosa”».

Il 23 settembre, su richiesta del loro medico, i familiari si sottopongono a tampone ed è negativo. «Per ridurre la loro quarantena – prosegue lo studente – sarei potuto andare all’albergo sanitario. Peccato che ho scoperto solo più tardi che dovvevo chiederlo io...».

Il 25 settembre, al 6° giorno di quarantena, il giovane rifà il tampone su richiesta del medico. «Era negativo – riferisce lo studente –. A quel punto ho chiesto all’Asl cosa avrei potuto fare visto il tampone negativo. Mi è stato risposto che non potevo fare niente, perché il primo tampone di controllo andava fatto dopo dieci giorni. Insomma, lo avevo fatto troppo presto. Aspetto. Poi mi dicono che i giorni devono essere 14. Alla fine mi viene fatto il 5 ottobre. Di nuovo negativo. Sarebbero dovute passare 48 ore per il secondo, definitivo, tampone. E invece ho dovuto chiamare io, varie volte, per farmelo fare».

Il test viene eseguito l’8 ottobre e per fortuna anche quello non rileva il virus. La mattina del 9 ottobre, finalmente, arriva il certificato di guarigione.

A quel punto il giovane si vuole togliere una curiosità. Né lui né alcuno dei suoi contatti ha manifestato il benché minimo sintomo. Che quel primo tampone fosse un falso positivo? Il 10 ottobre fa il test sierologico, quello che rintraccia nel sangue gli anticorpi che sono il segnale del passaggio del virus nell’organismo. E, sorpresa, gli anticorpi non ci sono. «Il sierologico era negativo – dice il 22enne –. I valori erano di molto inferiori a 1, sia per le IGG che per le IGM. Ho chiesto un’interpretazione di questi valori e mi è stato detto che erano “rumori di fondo, nemmeno da considerarsi indicatori di un contagio in forma lieve”». Insomma, il virus pare non essere mai entrato. «Eppure 12 persone sono finite in quarantena e, se io ho potuto seguire i corsi universitari on line, mia mamma e mio fratello lavorano. E anche altri miei contatti». Oltre a questo, la valanga di telefonate, attese, contraddizioni.

«Quelli dell’Usca sono stati davvero molto disponibili – dice il ragazzo – ma ho percepito che fossero un po’ abbandonati a loro stessi. Quanto a me, non mi è stata data la possibilità di verificare un’eventuale falsa positività ed è stato completamente ignorato un tampone, con esito negativo, fatto a pochissimi giorni di distanza dalla positività, solo perché eseguito in anticipo sui tempi. I 14 giorni di quarantena sono diventati quasi una ventina. Infine il sierologico negativo indica che verosimilmente sono stato un caso falso positivo. In tutto ciò, i miei familiari sono ancora in quarantena. Sono conscio che in un periodo come questo sia quantomeno poco elegante infierire sul Sistema Sanitario, ma la vicenda è stata dominata da una pessima comunicazione, una completa disorganizzazione e una burocrazia che ha sostituito basilari principi scientifici. È allarmante che a 7 mesi dall’inizio della pandemia non siano riusciti a creare un’infrastruttura coerente e solida». —



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