Il Tirreno

Grosseto

in tribunale 

Rapina alla gioielleria Malucchi La banda davanti al giudice

Francesca Gori
Rapina alla gioielleria Malucchi La banda davanti al giudice

Fissata l’udienza preliminare: dopo il colpo si erano trovati a mangiare la pizza Portarono via gioielli per circa 100mila euro che però avevano fruttato poco 

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FOLLONICA

La richiesta di rinvio a giudizio è già stata formulata dal sostituto procuratore Giampaolo Melchionna e venerdì 9 ottobre, alle 10, il giudice per l’udienza preliminare Marco Mezzaluna deciderà sul futuro degli otto componenti della banda di rapinatori e ricettatori che il 22 marzo dell’anno scorso avevano svaligiato la gioielleria Malucchi, portando via preziosi in oro e argenteria per un valore di centomila euro. Rapina a mano armato, porto abusivo di arma da fuoco, furto, per aver rubato una Fiat panda utilizzata per il colpo e poi abbandonata e ricettazione: sono questi i reati che la procura ha contestato ad Arcangela Pellegrini, 30 anni di Follonica, difesa dall’avvocato Roberto Cerboni, a Gennaro Bassolino, 45 anni di Bagno di Gavorrano, difeso dall’avvocato Romano Lombardi, a Raffaele Milo, 45 anni anche lui di Bagno di Gavorrano, difeso dall’avvocato Stelio Pugi, a Erika Talone, 30 anni di Piombino, difesa dall’avvocato Jurij Di Massa, a Luigi Alamaro, 29 anni di Napoli, difeso dall’avvocato Luigi Poziello, a Domenico Tavano, 37 anni di Napoli, difeso dall’avvocato Mery Lina Morra, a Rita Pirozzi, 41 anni di Mugnano di Napoli, assistita dall’avvocato Roberto Carboni e a Luigi Ciccarelli, 47 anni di Napoli, assistito dall’avvocato Luigi Poziello.

La banda aveva fatto già alcuni sopralluoghi nei giorni precedenti al colpo e la sera, per cominciare a dividersi il bottino che al cambio aveva fruttato loro poche migliaia di euro, avevano organizzato una cena a base di pizza e cocaina.

Erano stati i carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Follonica a svolgere le indagini e ad arrivare agli otto rapinatori, ricostruendo tutti i loro movimenti.

I difensori di sei degli otto indagati avevano cercato di trovare un accordo prima della conclusione delle indagini preliminari, chiedendo di patteggiare pene tra i due anni e 4 mesi e i 5 anni. Pene che però erano state ritenute dal giudice Sergio Compagnucci troppo basse. Incongruità della pena rispetto ai reati contestati, alla gravità dei fatti, alla personalità degli indagati, alla contestazione (a tre indagati) delle recidive che impedirebbero l’applicazione del patteggiamento cosiddetto allargato (sopra i due anni). —

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