Il Tirreno

Grosseto

tribunale 

Spaccio nei boschi dell’Amiata I tre arrestati non rispondono

p.s.

C’è un quinto indagato, non ancora rintracciato. Gli stranieri sarebbero «inseriti in una ben precisa struttura criminale che rifornisce il Grossetano»

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Hanno preferito non rispondere al giudice i tre arrestati dell’operazione antidroga dei carabinieri sul Monte Amiata, comparsi ieri davanti al giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna per l’interrogatorio di garanzia. Assistiti dagli avvocati Alessio Bianchini e Diego Innocenti, i tre sono stati riaccompagnati in carcere.

Youssef Dafri, 31 anni, e i fratelli Mustapha e Ayoub El Khatabi, 28 e 32 anni (insieme a Jalal El Imami, 36 anni - di lui si sta occupando per rogatoria il Tribunale di Foggia perché l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti è stata eseguita in quel territorio), tutti di nazionalità marocchina, sono finiti in carcere perché i carabinieri hanno raccolto indizi tali da individuare «la non occasionalità della condotta, inserita in una ben precisa struttura criminale - scrive il gip - che provvede a rifornire costantemente il Grossetano di sostanza stupefacente, da vendere per il tramite delle articolazioni locali». Una «attività di spaccio assai frenetica, atteso che gli acquirenti hanno riferito di un costante rifornimento di droga sempre disponibile». Un quinto indagato non è stato ancora rintracciato.

L’operazione era nata da due arresti in flagranza del maggio 2019. Quel giorno, a Monticello Amiata, erano stati notati El Khatabi e, a bordo dell’auto di quest’ultima, una ragazza di nazionalità polacca (raggiunta da un obbligo di dimora a Castel del Piano - sarà interrogata alla fine di questa settimana; per lei il gip individua un’attività «al traino del gruppo dei marocchini da lei frequentato»). El Khatabi aveva spiegato di aver fornito supporto logistico al gruppo che spacciava nel bosco, fornendo cibo e bevande ma anche offrendosi di ospitarli a casa sua per consentire loro l’utilizzo dei servizi igienici. I carabinieri avevano così continuato le indagini anche utilizzando una telecamera a Pescina di Seggiano sulla strada verso la Vetta, dove era stata trasferita una delle “piazze” dello spaccio (altri luoghi Tre Fonti, strada per Vivo d’Orcia, Serra di Arcidosso, ponte della Zancona). L’esame dei tabulati e le intercettazioni telefoniche avevano fatto il resto, insieme alle dichiarazioni dei clienti, che avevano riconosciuto in foto gli spacciatori e indicato le diverse sostanze stupefacenti. I carabinieri avevano così compreso - anche grazie a un sequestro di cocaina risalente all’agosto scorso - che si era ricostituita un’autonoma attività di spaccio, che aveva finito per coinvolgere anche la ragazza di 23 anni.

L’attività illecita secondo la Procura si era protratta fino agli ultimi giorni del 2019. E per scongiurare il pericolo di un ulteriore prosecuzione, secondo il giudice non c’era altro che il carcere. —

p.s.

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